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FINANZA/ Italia-Ue, una "guerra" che può costarci altre tasse

La settimana scorsa la Commissione Ue ha bocciato il progetto di bilancio 2014 presentato dall’Italia. CARLO PELANDA spiega quali conseguenze determina questa scelta

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La settimana scorsa la Commissione Ue, custode dell’aderenza degli Stati ai trattati europei, ha bocciato il progetto di bilancio 2014 presentato dall’Italia. Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha dichiarato che si è trattato di una svista della Commissione e che l’incidente sarà risolto presto. Chi ha ragione? La risposta è rilevante, perché nel caso Roma avesse torto ci sarebbero parecchi miliardi di buco da riempire con tagli di spesa e aumento di tasse.

Vista la natura della maggioranza, i tagli di spesa appaiono di probabilità ed entità minore degli incrementi delle tasse e ciò preoccupa perché la nostra economia è prossima alla deflazione per eccesso di drenaggio fiscale. Due i rilievi della Commissione: (a) la crescita del Pil italiano nel 2014 sarà dello 0,7% e non dello 1,1% calcolato dal governo, la differenza implica una capacità di copertura della spesa minore di quella prevista dall’Italia e quindi un rischio di superare la soglia di deficit ammesso; (b) il debito pubblico, arrivato al 130% del Pil, tende a salire ancora e ciò viola i trattati firmati dall’Italia che la impegnano a ridurlo.

Per tale motivo la Commissione ha dato parere negativo, pur rivedibile, alla concessione per Roma di fare investimenti per 3 miliardi (lo 0,2% del Pil, circa) senza che questi vengano calcolati nel deficit. Calcolando la mancanza di questi più le coperture aggiuntive da fare, se la Commissione avesse ragione, il danno per l’Italia sarebbe grave.

Saccomanni insiste sul fatto che la Commissione sbaglia le previsioni e conferma la proiezione dell’1,1%. L’argomento è che la Commissione non ha ben calcolato l’effetto impulso dei miliardi dati alle imprese per pagarne parte dei crediti nei confronti delle Amministrazioni pubbliche. Al riguardo del debito, poi, Saccomanni ha annunciato che è in corso l’analisi per vendere patrimonio in misura tale da evitare incrementi del debito stesso (i ricavi delle dismissioni patrimoniali devono di norma essere impiegati per la riduzione del debito pubblico e non del deficit di bilancio).