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SPILLO/ Tutele crescenti, la falsa promessa del Jobs Act

Il ddl delega in materia di riordino dei rapporti di lavoro è all’esame della commissione Lavoro del Senato. Si dibatte molto del contratto a tutele crescenti. Il commento di GABRIELE FAVA 

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È all’esame della commissione Lavoro del Senato il ddl delega in materia di riordino dei rapporti di lavoro. Fra gli argomenti oggetto del presente disegno di legge, che va dalla riforma degli ammortizzatori sociali al riordino dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché alle misure di sostegno alla maternità, ve n’è uno che promette già di essere terreno di scontro fra le forze politiche e sociali in quanto implicitamente è sotteso a riscrivere ancora l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

L’emendamento in parola prevede infatti l’introduzione di un testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro, con la previsione - eventualmente in via sperimentale - del contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, volte a favorire, nell’intento del legislatore, l’inserimento nel mondo del lavoro.

L’obiettivo di rilanciare il contratto a tempo indeterminato annunciato nel ddl è oggi quanto più attuale dal momento che attraverso le novità introdotte nel contratto a termine, quest’ultimo appare oggi la forma contrattuale più appetibile per le aziende. Per contrastare quindi un sistema lavoro che presenta un numero di contratti a tempo indeterminato pari a solo il 16,5% contro un 68% di contratti a termine così come rilevati dai dati Isfol dello scorso aprile, occorre fornire nuova linfa al contratto a tempo indeterminato, rendendolo più competitivo e desiderabile per il mondo delle imprese. Ma come?

Analizzando le proposte sinora avanzate, che dovrebbero definire le modalità concrete di attuazione del contratto unico a tutele crescenti, si possono distinguere due distinti progetti. Uno di essi prevede un contratto a tempo indeterminato reso più flessibile nel primo triennio con la facoltà di licenziamento dietro pagamento di un’indennità di modesta entità, e con applicazione dell’articolo 18 dall’inizio del quarto anno in poi. Un secondo orientamento prevede la costituzione di un contratto ordinario a tempo indeterminato regolato, con una garanzia di stabilità minima all’inizio del rapporto e via via con il crescere dell’anzianità di servizio della persona interessata, l’impresa vede crescere gradualmente anche il costo della separazione, restando ferma l’insindacabilità del licenziamento anche dopo il terzo anno, salvo il controllo giudiziale sulle discriminazioni e rappresaglie.

Tutte le proposte sinora avanzate rappresentano, evidentemente, modalità diverse di interpretare la flexsecurity partendo dal presupposto (falso) che un’eccessiva rigidità in uscita risulterebbe di ostacolo all’incremento occupazionale. Si consideri inoltre che l’introduzione di un sistema di tutele crescenti basato sulla mera previsione di un costo di uscita del lavoratore non è altro che una esasperazione del novellato articolo 18, nel quale il legislatore ha già focalizzato la propria attenzione in un’ottica di depotenziamento della tutela reale, prevedendo infatti una prevalenza della tutela indennitaria per la maggior parte dei licenziamenti, salvo i casi più gravi di licenziamento quale quello insussistente, discriminatorio o di rappresaglia dove resta ancora applicabile la reintegra.