Dal Presidente un compito

- Giorgio Vittadini

Ieri, nella prima giornata del Meeting di Rimini, l’incontro più importante è stato quello di Giorgio Napolitano. GIORGIO VITTADINI commenta le sue parole

Quirinale_AltoR400
Il Quirinale (Foto Imagoeconomica)

La situazione in cui versa il nostro Paese è grave. Come ha ricordato il presidente Napolitano nel suo intervento di ieri al Meeting, il Paese non cresce più (ha lo stesso Pil del 2000), si è invertito il trend storico di diminuzione del gap tra ricchi e poveri, la speculazione minaccia la capitalizzazione delle più grandi imprese italiane.

Per questo il palcoscenico di Rimini è stato per il Presidente l’occasione per un appello storico, simile per intenti a quello di Roosevelt, citato nel discorso da Napolitano che, dopo la crisi del ‘29, disse agli americani e al mondo: “L’unica cosa di cui aver paura è la paura”.

Gli organi di stampa e i media, in generale, hanno messo in luce i contenuti politici dell’intervento, i richiami alle diverse forze politiche per una collaborazione più fattiva che faccia superare la grave crisi in cui versa il Paese. In questa sede è importante sottolineare quegli aspetti cruciali di metodo che commentatori “in tutt’altre faccende affaccendati” o non colgono o preferiscono non sottolineare pensando che non abbiano incidenza storica.

L’appello del Capo dello Stato, infatti, è stato in linea con lo spirito del Meeting. Il primo criterio metodologico proposto è un termine che risuona spesso al Meeting e nella realtà che lo genera e riguarda “il linguaggio della verità” che “non induce al pessimismo, ma sollecita a reagire con coraggio e lungimiranza”.

Questa passione per la ricerca della verità significa realismo che non censura nulla della realtà: “Non si dà fiducia e non si suscitano le reazioni necessarie, minimizzando o sdrammatizzando i nodi critici della realtà, ma guardandovi in faccia con intelligenza e con coraggio”. L’intraprendenza e la creatività nel trattare la realtà a partire da questa posizione è ciò che viene documentato dalla mostra “150 anni di sussidiarietà” inaugurata ieri da Napolitano e il cui significato è stato commentato in questo modo: l’impegno che permette lo sviluppo non può venire o essere promosso solo dallo Stato, ma è “espresso dalle persone, dalle comunità locali, dai corpi intermedi, secondo quella concezione e logica di sussidiarietà, che come documenta la Mostra […] ha fatto di una straordinaria diffusione di attività imprenditoriali e sociali e di risposte ai bisogni comuni costruite dal basso, un motore decisivo per la ricostruzione e il cambiamento del nostro Paese”.

È questo l’impegno necessario per uscire dalla crisi, che può “far ripartire la crescita in condizioni di stabilità finanziaria, non rischiando di perdere via via terreno in seno all’Europa e nella competizione globale, di vedere frustrate energie e potenzialità ben presenti e visibili nel Paese, di lasciare insoddisfatte esigenze e aspettative popolari e giovanili e di lasciar aggravare contraddizioni, squilibri, tensioni di fondo”. È una crescita che non può più avere come parametri di lettura le logiche di un profitto avulso dalla domanda su cosa è l’uomo nella sua integralità, perché “è certamente vero che, nel determinare il benessere delle persone, gli aspetti quantitativi (a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita) contano, ma insieme a essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana”.

Sono soprattutto le nuove generazioni che possono tornare a capire il significato di ciò che costituisce il cuore dell’uomo, il suo desiderio: “È a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni, quelle già presenti sulla scena della vita e quelle future, potranno – in Italia e in Europa, in un mondo così trasformato – aspirare a progredire rispetto alle generazioni dei padri come è accaduto nel passato. La risposta è che esse possono aspirare e devono tendere a progredire nella loro complessiva condizione umana”. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il motore del “desiderio”.

Questo genera il grande contributo al bene comune che una realtà come il Meeting porta: “I valori che voi testimoniate ce lo dicono;ce lo dicono le tante espressioni, che io accolgo in Quirinale, dell’Italia dell’impegno civile e della solidarietà, dell’associazionismo laico e cattolico, di molteplici forme di cooperazione disinteressata e generosa. E, perché si creino le condizioni di un rinnovato slancio che attraversi la società in uno spirito di operosa sussidiarietà, contiamo anche sulle risorse che scaturiscono dalla costante, fruttuosa ricerca di giuste forme di collaborazione – secondo le parole di Benedetto XVI – fra la comunità civile e quella religiosa”.

Perché l’esistenza divenuta un’immensa certezza, non è come molti dicono una fonte di chiusura, ma di bene per tutti: “Portate, nel tempo dell’incertezza, il vostro anelito di certezza. È per tutto questo che rappresentate […] una risorsa umana per il nostro Paese. Ebbene, fatela valere ancora di più: è il mio augurio e il mio incitamento”.

È una grande responsabilità che il Capo dello Stato abbia detto queste cose al Meeting: non un titolo di vanto presuntuoso, ma un invito per essere noi stessi e collaborare al bene di tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali