Francesco e il nuovo look di Putin

- Giovanna Parravicini

Papa Francesco, interloquendo con Putin per fermare la guerra in Siria, ha dimostrato – spiega GIOVANAN PARRAVICINI – come l’unico rapporto umano possibile sia quello da persona a persona

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Papa Francesco (Infophoto)

Forse siamo troppo abituati a pensare per luoghi comuni e scenari prefabbricati. Ad esempio, a pensare che la Russia sia unicamente un polo negativo nel grande scacchiere della politica internazionale, che si tratti di un regime autoritario da cui non ci si possono aspettare mosse in difesa di diritti umanitari. Opinioni non gratuite, certo, anzi corroborate da molte scelte legislative operate negli ultimi anni e mesi, come pure – per citare uno degli ultimi fatti – da provvedimenti di carattere ideologico, come il manuale unico di storia per le scuole, dove la versione dei fatti storici è accuratamente filtrata. Quindi, davanti alla “preoccupazione” espressa da Putin nella telefonata intercorsa qualche giorno fa con il presidente siriano Assad “per le notizie sulle persecuzioni mirate della minoranza cristiana e di altre minoranze religiose da parte degli estremisti”, di fronte ai suoi auspici che “il governo siriano faccia tutto il possibile per alleggerire le sofferenze della popolazione civile e per ristabilire la pace interconfessionale”, la reazione che viene spontanea è chiedersi quali calcoli strumentali celi la posizione del capo di Stato russo.

Eppure Papa Francesco non si è fermato a questo genere di considerazioni, scrivendo il 5 settembre scorso a Vladimir Putin: una lettera lucidissima, sobria, in ore in cui il mondo intero stava col fiato sospeso a guardare l’avanzare di un conflitto che minacciava di assumere proporzioni mondiali, ma che si concludeva con l’inedita richiesta di un Pontefice a uno statista – di pregare per lui. Come a dire: l’unico rapporto umano possibile è da persona a persona, non esiste il dualismo a cui tutti siamo abituati, il piano delle cose che contano (politica, economia, finanze), con le loro leggi impersonali e spietate, e poi, accanto e fuori, il piano dei sentimenti devoti, ispirati alla fede.

È stato questo gesto di Papa Francesco, insieme alla giornata di preghiera e di digiuno a cui aveva chiamato il mondo intero, a introdurre un fattore nuovo che ha cambiato il corso della storia? Sta di fatto che subito dopo, in quel frangente, la Russia si è trovata a svolgere un imprevisto ruolo costruttivo, risolutivo nello scioglimento dell’empasse creatasi. Non occorre essere esperti di politica internazionale per rendersi conto che nelle vicende dello scorso settembre è avvenuto uno scarto, sono scattate variabili che non erano previste nel gioco.

Gli sviluppi successivi dei fatti, dalla richiesta del presidente Putin di incontrare Papa Francesco il 25 novembre prossimo fino alla telefonata con Assad vanno tutti in questa direzione: lasciano cioè intravvedere una disponibilità, anzi una determinazione della Russia a entrare nel vivo dei problemi internazionali in modo nuovo, a imboccare strade nuove nell’arena internazionale. È innegabile che Putin sia rimasto personalmente colpito dalla personalità di Papa Francesco e l’abbia individuato come un interlocutore privilegiato nella soluzione dei conflitti globali.

Ma forse c’è anche un altro aspetto da tenere presente, nel nuovo look del presidente russo. Mi ha molto colpito una recente intervista a Mons. Paolo Pezzi, Arcivescovo cattolico a Mosca, apparsa proprio sul “Sussidiario”, dove si faceva un’affermazione che al momento mi è sembrata ardita: “La vivacità del cristianesimo nella società civile russa ha influenzato in modo positivo l’atteggiamento del governo civile nei confronti della crisi siriana”. D’altro canto, è vero che la sollecitudine della Chiesa ortodossa per le sorti dei cristiani in Siria e nel Medio Oriente è molto forte, e si è espressa in pressanti appelli all’opinione pubblica come pure in iniziative concrete di aiuto e solidarietà. In ottobre, ad esempio, il Patriarcato di Mosca ha promosso nella capitale russa la visita di un’importante delegazione delle Chiese cristiane della Siria, con la presenza di vescovi e patriarchi ortodossi, armeni, melchiti, maroniti: in questa occasione il patriarca Kirill ha speso parole molto forti per sostenere la libertà dei cristiani, indicando nella battaglia per i loro diritti uno dei punti qualificanti dell’azione dei governi. Non è da sottovalutare neppure il fatto che 50.000 siriani abbiano chiesto la cittadinanza russa, vedendola come un salvacondotto verso la salvezza. Anche questo elemento di solidarietà è un aspetto importante del processo di maturazione della società civile all’interno del paese; e di questo, certamente, il presidente Putin deve tener conto.

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