Il regno dell’incertezza

- Gianluigi Da Rold

Sembra esserci in Occidente una grande confusione istituzionale, particolarmente acuta in Italia per via anche del caso Mes

crisi di governo
Renzi, Di Maio, Conte e Salvini (LaPresse, 2019)

Antiche e polverose cronache sulla caduta di Costantinopoli, nel luglio del 1453, tornano alla mente per paragonare due situazioni, certamente differenti nella realtà ma simili nel significato concettuale: l’incapacità delle classi dirigenti di quel tempo lontano e di quello che caratterizza il contesto atlantico, continentale e particolarmente italiano di oggi. Scrivevano i grandi storici del passato frasi più o meno di questo tipo; “Mentre il turco stava scavalcando le grandi e famose mura di Bisanzio, li bizantini discutevano ancora, in Senato nella città assediata, se era il caso o meno di inviare ambasciatori a li viniziani”.

Ci scusiamo per la citazione in “maccheronico” e forse un po’ imprecisa, ma l’immagine è abbastanza chiara. Una gerarchia al potere, divisa e miope, non capiva che stava finendo un mondo, niente meno che l’ultimo lascito dell’Impero romano d’oriente. E intanto discuteva e si divideva al suo interno.

Guardate adesso la classe dirigente occidentale di oggi. Non ci sono invasioni, tanto meno armate, di turchi o di altri, ma c’è la più grande confusione istituzionale che sia avvenuta da 70 anni a questa parte in tutto l’Occidente democratico e particolarmente in Italia. Tre immagini ci vengono in mente in questi giorni. A Londra la Regina Elisabetta II (quasi una ex europea) invita a pranzo i premier degli alleati della Nato, tutti in disaccordo tra loro, e non si fa in tempo a servire il caffè che Donald Trump ed Emmanuel Macron, niente meno che Stati Uniti e Francia, si prendono “a sberle figurate” sulla funzione presente e futura dell’Alleanza Atlantica. Contemporaneamente, a Bruxelles e Strasburgo, si è finalmente insediata, con ritardo, la Commissione europea, dopo bocciature di candidati, risse seminascoste e contrasti palesi. Collegata alla vicenda europea, in Italia ci si divide su una questione di carattere istituzionale che riguarda l’Ue, naturalmente in materia finanziaria e bancaria. Il governo giallo-rosso (M5S e Pd come asse portante), che ha sostituito il governo giallo-verde (M5S e Lega allora in simbiosi preoccupante), sta litigando in modo furibondo, con l’opposizione attuale e al suo interno, su un trattato internazionale, il Mes (Meccanismo europeo di stabilità): come funziona esattamente, quando è stato firmato, quali pericoli nasconde, che cosa prevede esattamente, aiuterà le banche italiane o quelle tedesche da tempo in grande difficoltà?

Si susseguono dibattiti parlamentari e televisivi, articoli di “esperti” e di divulgatori. Il risultato più chiaro, sinora, è che quasi nessun italiano ha capito nulla su questo Mes, piombato all’improvviso nella cronaca politica. La rissa è talmente accanita che, non smentendo un provincialismo consolidato, il Presidente del Consiglio, non a caso un avvocato foggiano, minaccia di querelare il capo dell’opposizione. Quasi una comica di dubbio gusto per chi conosce le storie dei Parlamenti democratici.

Attenzione, mentre si litiga sul Mes e non solo, in Italia ci sono 160 vertenze dove migliaia di lavoratori rischiano il posto di lavoro. Unicredit, la banca che ancora all’inizio del 2000 voleva insegnare come andava il mondo alla stessa Mediobanca, con il famoso metodo McKinsey, ha annunciato un ridimensionamento di personale e filiali impressionante; Alitalia è un problema irrisolvibile; l’Ilva e Taranto sono un inquietante interrogativo. Sembra inoltre doveroso ricordare che l’Italia non cresce più da 25 anni, con dati che fotografano una disoccupazione inquietante e una produttività ormai in caduta libera.

Si aggiunga, inoltre, che si litiga pure sulla giustizia, di cui si parla della necessità di una riforma da oltre 40 anni e si resta quasi impassibili di fronte a scorribande di procure-feudi, dove il Pm è un “battitore libero”, unico al mondo che, secondo Montesquieu, non avendo una carriera separata dal giudice terzo, compie un abuso nella tripartizione dei poteri in una società democratica. La scusa del litigio ufficiale adesso è la prescrizione, per cui sono in sciopero anche gli avvocati, in genere disattenti.

La sostanza in soldoni, dell’Italia in particolare ma non solo, è una crisi democratica grave, con la perdita di una conquista fondamentale delle rivoluzioni inglesi, americane e della prima parte di quella francese: la certezza del diritto. L’interpretazione delle norme e della “produzione tumultuosa di sempre nuove norme” è ormai un cruciverba irrisolvibile. Il caos istituzionale è diventato impressionante e si affianca a quello economico-sociale. Nasce in questo modo una “età dell’incertezza” che è elevata a sistema, non ad anomalia positiva, ma a fatto cronico che procura solamente danni e raffigura un Paese allo sbando, con un governo che sfida persino la legge di gravità.

“L’età dell’incertezza” è il titolo di un grande libro della fine degli anni Settanta, di John Kenneth Galbraith, che fu un giovane consigliere del grande Presidente Roosevelt e poi divenne ambasciatore con il presidente Kennedy. Grande economista. Galbraith aveva esaminato gli choc petroliferi di quegli anni, il cambiamento dell’organizzazione del lavoro con il superamento del fordismo, una nuova cultura di impresa che si affermava e che imponeva di avvantaggiare solo gli azionisti, una riduzione di investimenti per i beni di pubblica utilità e invece uno spostamento verso consumi sofisticati in favore delle classi più agiate.

L’età dell’incertezza arrivò anche in Italia. Erano finiti i “magnifici trenta”, la ricostruzione e il boom con l’impronta keynesiana. Dopo gli choc petroliferi, l’inflazione arrivò al 21 percento unita a un’instabilità politica preoccupante, oltre a fenomeni di terrorismo tragico. La prima risposta a quello stato di crisi venne da una sorta di scelta di “democrazia consociativa” tra Dc e Pci, ma fu perdente e non fruttò risultati.

La svolta avvenne negli anni Ottanta con la presidenza di Bettino Craxi, che ridusse l’inflazione al 4,5 percento e aumentò la produttività del 25 percento, superando la Gran Bretagna, facendo crescere il paese del 3 percento all’anno durante il suo governo. Lo stesso rapporto di Craxi con la socialdemocrazia europea consolidò il rapporto con l’Europa, ed era talmente saldo che Willy Brandt, presidente dell’Internazionale socialista, invitò proprio Craxi a tenere a Treviri, nella ricostruita casa di Marx (dopo le devastazioni fatte dai nazisti), il discorso sul nuovo riformismo marxista.

Tutte cose ovviamente dimenticata e travolte, letteralmente, dai nostalgici della “democrazia consociativa” anche dopo l’implosione del comunismo e il tramonto della Dc. Si aggiunga a questo il ruolo di poteri forti, nazionali e internazionali, con infine la grande irruzione sulla scena della magistratura italiana, che non si era mai mossa sui finanziamenti illeciti, che risalivano addirittura al 1946, ma intervenne subito nel 1992, soprattutto contro la “rottura” del consociativismo interpretato da Craxi.

Sembrerà paradossale, ma pur considerando i limiti e gli errori del leader del Psi, è dal momento in cui lui viene “liquidato” che l’Italia comincia il suo inarrestabile declino. Nel momento in cui si ripresenta una nuova età dell’incertezza a livello mondiale, che culmina con la crisi del 2008, l’Italia diventa endemicamente un Paese in preda all’incertezza e all’insicurezza, con una classe dirigente improvvisata, che ha sostituito quella demonizzata da stampa e magistratura. A ben vedere, non essendo mai cambiata la Costituzione, l’Italia è formalmente sempre nella prima repubblica, o meglio nella deriva della prima repubblica, alle prese con i resti di un’antipolitica paradossale.

Fa impressione oggi guardare le liti di Giuseppe “Giuseppi” Conte con Matteo Salvini e con “Giggigino” Di Maio. Fa impressione dover considerare i “pensieri” sul caos del comico Grillo, e poi il ruolo quasi marginale del Partito democratico. Colpiscono invece i ripensamenti di uomini come Sergio Staino, comunista e uno degli ultimi direttori dell’Unità. Ha detto nel giugno del 2018; “Mi vergogno della gioia che ho provato quando lanciarono le monetine a Craxi. Fu il primo atto di antipolitica della storia repubblicana. Mi capita di pensare dove abbiamo sbagliato. Come abbiamo fatto per favorire che forze negative si affermassero e prendessero addirittura il potere in Italia. E mi torna sempre in mente l’assalto al segretario del partito socialista al Raphael. Allora ci rifiutammo di vederlo come un legittimo rappresentante delle istituzioni. Un uomo con il quale dialogare. Ci lasciammo andare a una posizione antipolitica, a una estremizzazione dei valori etici, all’esaltazione della magistratura. Sono sentimenti che hanno gettato discredito sul Parlamento, sulle altre istituzioni, sulla politica, attraverso la teorizzazione della superiorità della società civile”.

Forse è proprio per questo che l’Italia è ormai il “regno dell’incertezza” e non riesce a uscire da una crisi di quasi tre decenni.

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