Difendere la democrazia dal coronavirus

- Gianluigi Da Rold

Il Parlamento è sempre rimasto aperto anche nei momenti più bui. Mentre oggi sembra avanzare un virus dell’autoritarismo che va respinto

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L'Aula di Montecitorio (LaPresse)

Molti italiani ancora si ricordano la mattina del 16 marzo 1978, quando con un’autentica azione militare delle Brigate rosse (non più sedicenti, come molti avevano scritto per anni) fu rapito Aldo Moro, che stava andando in Parlamento a votare il governo che aveva quasi inventato in una situazione politica confusa e concitata. Improvvisamente la televisione irruppe nelle case e nei posti di lavoro, documentando con immagini angosciose la strage della scorta del leader democristiano e il suo drammatico rapimento.

In Parlamento c’erano persone sconvolte: Giulio Andreotti (si seppe in seguito che si era sentito male) cercò di mantenersi calmo e presentò il suo governo con procedura d’urgenza; Ugo La Malfa, letteralmente stravolto e prostrato, invocò, quasi in diretta sul teleschermo, la pena di morte, ma poi andò a votare la fiducia.

La Repubblica italiana in quella data non aveva ancora compiuto 32 anni di vita.

Si respirava ansia e angoscia, ma i partiti moltiplicarono riunioni e manifestazioni. Il dibattito politico non si interruppe mai, il confronto in Parlamento fu sempre mantenuto aperto, anche con toni aspri e duri, soprattutto sulla questione della trattativa con i brigatisti per salvare la vita di Moro.

Dopo una commissione d’inchiesta, analisi talvolta accurate e talvolta stravaganti, molti libri e diverse dichiarazioni, il “caso Moro” resta, come ha scritto Leonardo Sciascia, sempre “l’affaire Moro” dove ancora si perde spesso il bandolo della matassa e la verità completa sfugge continuamente.

Anche se il “caso Moro” è indicato da molti come l’inizio della fine della Prima Repubblica, l’Italia ha attraversato diversi periodi drammatici: dal “luglio ‘60” e il governo Tambroni, all’affare De Lorenzo, ai momenti più delicati della guerra fredda, alla questione degli SS-20 sovietici puntati contro i paesi occidentali, al sorgere di un terrorismo che aveva, in un primo momento, simpatie vaste e incredibili.

Eppure, nonostante tutto questo, nessun italiano dubitava in quegli anni e in quelle circostanze della tenuta democratica del sistema Italia. Il paese reale, nella sua grande maggioranza, si fidava sostanzialmente di un Parlamento sempre aperto e di partiti, di forze politiche di cui si sentivano rappresentati. L’incubo di tentazioni autoritarie o addirittura di svolte totalitarie non incombeva, se non come spauracchio di polemica politica, ma non veniva considerato credibile. Si poteva criticare duramente qualsiasi governo, ma la centralità del Parlamento non la metteva in discussione nessuno.

E’ con l’avanzata della cosiddetta Seconda Repubblica che sembra di immergersi in quello che i russi di Caterina la Grande chiamavano “l’età dei torbidi” e qui, più modestamente, arrivava l’età della confusione dei poteri e poi subito dopo l’attacco indiscriminato alla politica, come ha detto recentemente Massimo Cacciari, ai partiti e infine la messa in discussione della stessa centralità del Parlamento, addirittura con tentativi o teorie (si fa per dire) di sostituirlo con “sedute di computer” e voto secondo l’immaginifica democrazia diretta.

Qui bisogna fare attenzione e distinguere con discernimento. Un conto è una riforma costituzionale, consolidata sul confronto e la ripartizione dei poteri, per rendere più rispondente ai nuovi tempi e al nuovo mondo la democrazia liberale classica. Altro conto è la quasi delegittimazione del Parlamento, una sorta di suo svuotamento attraverso anche una continua decretazione di urgenza. Sempre meglio una “rissa” democratica in Parlamento, che decisioni che non coinvolgono l’intera Assemblea dei rappresentanti eletti dal popolo.

E’ questo, in fondo, lo stesso auspicio che ha manifestato in più occasioni, in questo momento, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Nelle grandi democrazie l’attività parlamentare non si è mai fermata. Sir Winston Churchill dovette respingere con cocciuta convinzione, dopo la caduta della Francia durante la Seconda guerra mondiale, i tentativi di trattare una pace con Hitler, che suggerivano insistentemente anche Lord Halifax e lo stesso ex primo ministro, Neville Chamberlein. Discutevano tutto in Parlamento con grande schiettezza.

L’Italia in questo momento conosce una “sorta di guerra” tragica, alle prese con un “nemico invisibile”, un virus che si diffonde e uccide. A volte si è tentati di avere un “comandante in capo” e di un superamento del dibattito parlamentare. Ma la ragione, la razionalità e il desiderio di vita e di comunità spingono a pensare che un Parlamento dimenticato o trascurato è uno scivolone e l’involontaria proiezione di un incubo a cui nessuno vuole nemmeno pensare, neppure immaginare.

Viviamo un momento tragico, contando i morti e i nostri errori di previsione. Ci sarà tempo per discuterne quando si supererà questo momento. Ma sarebbe una tragedia nella tragedia che un virus, il coronavirus, sferrasse un attacco mortale anche al nostro sistema democratico.

E’ persino incredibile che nella prima fase della Rivoluzione francese, il terzo stato si batteva con il virus del potere assoluto, così come nella fase finale di quella rivoluzione si definì il giacobinismo il virus del totalitarismo. E’ meglio battersi e sconfiggere tutti questi virus.

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