Per non morire di regime

- Giovanna Parravicini

In Russia le celebrazioni in occasione della vittoria nella seconda guerra mondiale sono oggetto di una strumentalizzazione politica. La memoria chiede altro

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Un momento della parata della Vittoria, sulla Piazza Rossa a Mosca nel 2005 (LaPresse)

In questi giorni, in Russia, è d’obbligo commemorare la vittoria nella “Grande guerra patriottica”, come qui viene chiamata universalmente la seconda guerra mondiale, che si celebra il 9 maggio, e che da almeno una decina d’anni sta, in realtà, spostando il baricentro dalla memoria del passato per diventare soprattutto l’occasione di mettere in mostra i muscoli e l’arsenale bellico a disposizione del Cremlino.

Quella che giustamente dovrebbe essere la memoria di una vera e propria epopea popolare, di un episodio tragico ed eroico nella storia del paese – non c’è famiglia che non ne sia stata segnata – sempre più spesso rischia di diventare oggetto di una mitologia mistificante, e l’immane sacrificio compiuto dal popolo russo di essere sfruttato come una risorsa attraverso cui lo Stato manipola sentimenti e coscienze. Anche nell’opinione pubblica è difficile parlare di questi temi: quando si tenta di mettere in luce la realtà dei fatti, le oggettive colpe del regime nella gestione della guerra e nelle terribili perdite subite in termini di vite umane, si rischia facilmente di dividere gli animi, di sollevare resistenze e proteste, di urtare suscettibilità e orgoglio nazionale…

Eppure, uno sguardo lucido e nel contempo misericordioso, che non censura nulla del male ma sa scoprire un tesoro di umanità insopprimibile anche nelle situazioni più disumane è stato ampiamente testimoniato in Russia da grandi autori del XX secolo – da Pasternak a Solženicyn, da Grossman a Šalamov – che hanno indubbiamente svolto una funzione di coscienza del proprio popolo, creando i propri capolavori letterari. In che modo? Mettendo al centro la persona e la sua responsabilità, senza cedere a ricatti ideologici.

È proprio questa, mi sembra, la chiave di lettura ripresa e sistematizzata nell’interessante volume Il passato scomodo. La memoria dei crimini di Stato in Russia e negli altri paesi di Nikolaj Epple, recentemente uscito a Mosca, che per una lucida lettura dei fatti sceglie il criterio di un’assunzione personale di responsabilità di fronte a quanto è avvenuto, come principio basilare che consente di condannarne le pagine buie e di essere grati alle sue pagine luminose. Un approccio al tema che mi ha ricordato le straordinarie parole di una recente intervista di Gemma Calabresi, a 49 anni dall’omicidio del marito: “La memoria è dinamica, ha le gambe, spinge a un cammino di maturazione che trova il suo culmine nella capacità di perdono”. L’autrice di Viaggio nella vertigine, Evgenija Ginzburg, dopo quasi vent’anni di lager, una vita bruciata e una famiglia distrutta, rileggeva il suo passato di vittima con il coraggio di pronunciare il mea culpa per le responsabilità a cui era venuta meno, le mezze verità di cui si era accontentata, la superficialità con cui aveva chiuso gli occhi davanti ai fatti.

Parole a cui ci siamo disabituati – ma che sono centrali nella cultura indipendente prodotta nei Paesi dell’Est durante il comunismo – come “perdono”, “responsabilità”, “pentimento”, ritornano nel volume di Epple, che insiste in particolare sull’importanza del “rendimento di grazie”, della gratitudine, come componente indispensabile della memoria.

Memoria come rendimento di grazie: in quest’ottica, ad esempio, l’amore alla patria – oggi nutrito a suon di fanfare, sbandierato nell’affermazione del “noi” necessariamente contro “altri” – si trasforma in gratitudine per quella patria concreta che ciascuno di noi ha conosciuto e che l’ha reso persona: i genitori, i maestri, gli amici, i vicini del caseggiato e del cortile in cui si è cresciuti… Gratitudine per gli atti di eroismo quotidiano, nascosto, di amore e solidarietà che hanno consentito, ad esempio, di salvare vite umane negli anni terribili della guerra, e di ricostruire all’indomani il paese. La memoria può vivere ed essere se stessa solo se conserva questa concretezza, questa luminosità, altrimenti si trasforma facilmente in una categoria ideologica pericolosa, violenta, che finisce per diventare la negazione di se stessa

Per vivere realmente la memoria, sottolinea Epple, occorre “imparare a distinguere la storia del regime dalla storia del paese, della società e dei cittadini, che talvolta coincidono, ma talvolta sono completamente distinte l’una dall’altra, e talvolta direttamente o indirettamente contrapposte”. Solo così, sapendo porre dei distinguo fra realtà che troppo spesso sono ingiustificatamente mescolate per un malinteso “orgoglio nazionale”, si potrà imparare “a distinguere la gratitudine per il passato dalla sua condanna”.

È, insomma, un lavoro personale di riconoscimento dei doni che ci sono stati fatti nel passato, una valorizzazione dell’eredità che ci è stata consegnata, per la quale non abbiamo né possiamo avere alcun motivo di orgoglio, perché si tratta di un dono che deve vederci responsabili nell’accoglierlo e lucidi nel fare atto di pentimento per averlo trascurato, speso male o addirittura tradito.

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