Se l’export fischia la fine dell’emergenza

- Gianni Credit

L’export italiano ha ampiamente recuperato le perdite patite a causa della pandemia. Un segnale che apre riflessioni importanti per il sistema-Paese

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L’export dell’Azienda-Italia nel primo quadrimestre del 2021 è stato superiore del 4,2% a quello del corrispondente periodo del 2019. La registrazione statistica sembra valere in sé più di ogni aggettivo, pare incorporare ogni commento.

L’Ice, in margine al suo 35esimo rapporto annuale, non ha dovuto dilungarsi in auspici o appelli: ha potuto invece certificare che l’emergenza-Covid (quella che ha drammaticamente tagliato dell’8,9% il Pil italiano a fine 2020) è già finita se traguardata attraverso l’interscambio attivo fra l’Italia e i mercati esteri. La ripresa delle esportazioni fra gennaio e aprile (+19,8%) è stata ben oltre che “potenziale” rispetto ai primi quattro mesi del 2020, falcidiati dalla prima ondata del virus e dal primo lockdown. Su questo terreno – la performance-rimbalzo dell’export – l’Italia ha strappato la seconda posizione fra i Paesi del G8: meglio di Francia, Gran Bretagna e Usa. Non è il caso, naturalmente, di perdere neppure un attimo in festeggiamenti. Può essere utile invece fissare in breve gli impegni – prima ancora che le opportunità – che la resilienza (non inattesa) del sistema industriale offre alla fase di lancio del Pnrr.

La prima: una manifattura-Paese capace di un doppio colpo di reni nell’export metalmeccanico (+29% sul primo quadrimestre 2020, +12% sul 2019) mostra spalle sufficientemente larghe per assorbire i colpi inferti dalle multinazionali che chiudono nell’arco di una notte grandi fabbriche di cuscinetti a sfera o elettrodomestici. Uno stabilimento “in esubero” nelle strategie di un gruppo con sede fuori Europa può non essere obsoleto – anzi: in molti casi non lo è affatto – in un ambiente industriale più dinamico di quello americano sul fronte della competitività globale. Quindi: le centinaia di dipendenti licenziati si sentiranno certamente sostenuti da una politica di ammortizzazione sociale delle singole crisi. Ma per primi lo sarebbero molto di più di fronte a una politica industriale – se necessario di investimenti pubblici, meglio se a leva-stimolo sui privati – attenta a preservare i valori manifatturieri intrinseci a un insediamento produttivo. Sarebbero molto più felici di continuare a lavorare, a produrre, a esportare: di mettere alla prova le loro “skill” professionali ancora valide. E il passo è brevissimo verso una seconda riflessione sulla recovery di un’Azienda-Paese che scopre (come l’Italia di Roberto Mancini) di poter contare ancora su una robusta capacità concorrenziale fuori dai propri confini.

“Attenzione ad espellere in fretta troppi lavoratori (supposti) anziani”: il warning è stato lanciato – anche in margine al Rapporto Ice – dal Presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo. Vale da tempo per il periodo medio-lungo: nell’arco di un decennio i trend demografici profilano drammatici vuoti di risorse umane utili a sostenere una “macchina” come l’Azienda-Italia. Ma il Covid ha reso ogni sfida più drammatica e pressante. L’Italia è in campo nel mondiale della chimica (+7,1% di export sul 2019) piuttosto che su quello delle apparecchiature elettriche (+31%), piuttosto che sui fronti della “Quattro F” del Made in Italy (agroalimentare, moda, arredo, automazione). Attenzione ad assottigliare il capitale umano delle rispettive “squadre azzurre”: soprattutto quello delle ventimila imprese o poco più che giocano nelle rispettive “leghe dei campioni”. Meglio investire sui “vivai”: meglio creare condizioni nelle quali cui gli imprenditori esperti non vendano le loro aziende ai fondi stranieri; in cui i lavoratori esperti possano rivalorizzare le loro competenze come “coach” di nuovi lavoratori e di nuovi imprenditori.

La crisi dell’export è finita. Il (nuovo) lavoro comincia ora.

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