Valutazione e merito: problema o opportunità?

La valutazione, come il merito, non è una dimensione della scuola, ma della vita, e non va tenuta fuori dal percorso educativo

Il titolo di questo editoriale è quello di un seminario che si è tenuto in Bicocca qualche giorno fa. Nel preparare la mia presentazione, mi sono ricordata che quando ho incominciato, nel secolo scorso, a occuparmi di valutazione, ero rimasta colpita dal fatto che questo termine in inglese venisse tradotto con tre parole diverse: e dato che mi piace capire come nascono le parole, ero andata a recuperare l’etimologia. La riprendo qui perché mi sembra che possa essere utile per rispondere alla domanda (poi in realtà ho parlato d’altro…).

Le tre parole sono assessment, evaluation e appraisal, e hanno tutte e tre una radice latina. La più vicina all’italiano, evaluation, deriva dal verbo latino valere, che significa avere un valore, e per estensione essere forte, coraggioso, anche stare bene: una situazione positiva, di cui il valutatore constata l’esistenza. L’azione che indica è tutto sommato quella di chi osserva, e non sembra implicare un giudizio, anche se soprattutto in caso di assenza fornisce una precisa indicazione su come stanno le cose.

Appraisal deriva da ad pretium, e significa assegnare un prezzo, e per estensione attribuire (non constatare) un valore a qualcuno o a qualcosa, e implica un giudizio attivo di tipo comparativo: il prezzo di un bene o di un servizio viene assegnato in relazione ad altri, oppure in relazione a un riferimento utilizzato come termine di paragone (quello che viene chiamato benchmark). La valutazione degli studenti è sia di tipo assessment che di tipo appraisal: il voto a un tema, o a un’interrogazione indica sì il valore del tema o dell’interrogazione, ma lo fa sia in riferimento allo standard – un componimento sgrammaticato non potrà presumibilmente essere sufficiente – che in confronto con gli altri: lo stesso tema potrebbe ricevere sei in una classe di ragazzine bravissime, e otto in una classe in cui i ragazzini hanno invece prestazioni modeste (nota: per risolvere il problema del politicamente corretto, visto che rifiuto tassativamente l’uso di ragazzin*, ho utilizzato una volta il femminile e una volta il maschile. Spero possa andare).

Assessment, che è il termine più usato quando si parla dei risultati dei test o delle prove standardizzate, significa letteralmente “raccogliere, registrare e interpretare informazioni” per formulare un giudizio di merito. Deriva da assidere, stare seduto vicino a qualcuno, il che ovviamente consente di vedere che cosa fa, e poi di giudicare la sua azione. Il giudice sta seduto durante tutto il processo, e ascolta i testimoni (anche se credo che si alzi per pronunciare la sentenza…). Quando ero all’Anvur chiamavamo “giudizio informato” quello che pronunciavano gli esperti in base alle proprie convinzioni, ma dopo aver raccolto tutti i dati disponibili.

Questo lungo, e spero non troppo noioso, riferimento terminologico coglie in pieno la natura della valutazione come processo complesso: chi si limitasse a guardare giudizi numerici, o posizionali, vedrà inevitabilmente i limiti, e arriverà a sostenere, magari in tutta onestà, che valutare è un’azione che blocca, e non favorisce, il raggiungimento dei fini della scuola, o delle altre istituzioni educative, con i consueti corollari: che gli indicatori sono riduttivi, che la valutazione degli insegnanti è complessa, eccetera eccetera. A parte il fatto che difficile non significa impossibile, se recuperiamo tutte e tre le dimensioni – individuare il valore, contestualizzare questo valore rispetto a un termine di riferimento dichiarato, e infine raccogliere tutte le informazioni disponibili – abbiamo una descrizione impeccabile di quella che chiamiamo valutazione formativa, che è finalizzata al miglioramento delle persone, delle istituzioni e dell’intero sistema perché fornisce dati affidabili per orientare le azioni.

È importante che i ragazzi sappiano a che punto sono nel loro processo di apprendimento, per colmare le loro carenze o per continuare sulla stessa strada, così come è importante che l’insegnante abbia chiaro la situazione complessiva della sua classe rispetto agli obiettivi, per modificare eventualmente il suo intervento: e infine la valutazione aiuta il decisore politico a capire dove intervenire. In mancanza di informazioni, le probabilità che si prendano delle decisioni sbagliate cresce in modo esponenziale.

I primi dati con cui fare i conti sono quelli sugli apprendimenti, e sono tutti negativi. A fine 2021, la dispersione in Italia, i cosiddetti Elet (Early Leavers from Education and Training) cioè i ragazzi tra i 18 e i 24 anni che conseguono al più il titolo di scuola secondaria di primo grado o una qualifica di durata non superiore ai 2 anni, era del 12,7%. A questi si aggiunge la dispersione implicita, molto più difficile da misurare, che indica la quota di diplomati che nei test Invalsi hanno un punteggio equivalente al secondo anno della superiore, quando non alla terza media, che era del 9,5%. Questo significa che più del 20% dei giovani italiani sono transitati indenni dalla scuola, alcuni dopo tredici anni, e non hanno gli strumenti culturali necessari per partecipare in modo consapevole alla vita della comunità, come cittadino e come lavoratore. Come si è detto mille volte e come purtroppo continuamente confermano tutte le rilevazioni, l’insuccesso si concentra in alcune zone del Paese e in alcuni gruppi sociali sfavoriti: non è quindi solo un problema di soddisfare le esigenze delle imprese, ma di potenziare l’equità e di rinforzare la tenuta generale del Paese, che con una quota così grande di giovani impreparati, che difficilmente rientreranno in formazione nel corso della vita, è seriamente a rischio.

Come prendere delle decisioni politiche di contrasto? Il ministero dell’Istruzione e del Merito parrebbe suggerire la soluzione: premiamo il merito e – voilà! – abbiamo risolto il problema. Non credo che questa interpretazione semplicistica e riduttiva sia proprio esatta, anche se una concezione seria di merito, ben più complessa di quella comparsa nella stampa, potrebbe essere di qualche utilità. Merito non è eccellenza: l’eccellenza, che in Italia è sempre esistita anche in un mare di mediocrità, è per definizione riservata a pochi, mentre il merito è una qualità raggiungibile da tutti, soprattutto dagli insegnanti, se è affidabile il tentativo di Woessman, ma non solo lui, di quantificare in mesi aggiuntivi il successo o lo scacco degli studenti, a seconda della qualità degli insegnanti.

Il merito è un impegno che consente di raggiungere il massimo dei risultati possibili per ciascuno, stanti le sue caratteristiche personali e la sua storia formativa, e si estende a dimensioni non solo accademiche. Il maestro è qualcuno che ha in sé un di più (da magis, ci risiamo col latino) non necessariamente coincidente con il titolo di studio. Per esempio, in due romanzi che ho letto recentemente (La rilegatrice di storie perdute, di Cristina Caboni, e La regina degli scacchi, di Walter Tevis) i maestri sono due anziani artigiani che aiutano le due protagoniste a realizzarsi in un contesto del tutto sfavorevole.

La valutazione, come il merito, non è una dimensione della scuola, ma della vita, e se per un malinteso egualitarismo la terremo fuori dal percorso educativo, i ragazzi dovranno fare i conti con la loro (im)preparazione quando usciranno dalla scuola. E sarà molto più dura.

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