La memoria degli amori mancati

- Federico Pichetto

C’è in noi una separazione tra parole e vita. È il peccato originale. Ci induce a fare da soli. Ma solo una Presenza può colmare quel vuoto

morbo di k
Auschwitz (LaPresse)

La Giornata della Memoria che è appena trascorsa ha portato alla ribalta una serie di commemorazioni collettive che spesso si innestano su un sentimento collettivo di saturazione che, con un’amara iperbole, la senatrice a vita Liliana Segre ha definito in questo modo: “La gente è stufa di sentire parlare degli ebrei”.

Difficile dire se la gente sia effettivamente stufa delle tragiche vicende che hanno accompagnato la Seconda guerra mondiale, quello che è certamente vero è l’intuizione che Segre fa emergere circa il carattere retorico, a volte ideologico, della memoria. È come se, in fondo, si ricordasse qualcosa di orribile ma se ne cercasse il motivo, il movente, in una logica squisitamente politica. Come se il cuore non c’entrasse.

Eppure, il male si annida nel cuore dell’uomo. La Chiesa di Roma, lungo i secoli, ha definito questa radicalità del male con l’espressione “peccato originale”, una realtà che fa rabbrividire il razionalismo moderno e imbarazza non poco i teologi contemporanei. L’imbarazzo, tuttavia, nasce dalla separazione tra le parole e la vita: quando si parla di peccato originale è come se non si sapesse più a quale esperienza tale realtà corrisponda, come se fosse un’astrazione da motivare e non un fatto da descrivere.

A dire il vero basterebbe portare l’attenzione a tutte le volte in cui l’uomo sperimenta uno spazio – un tempo – tra il momento in cui una cosa è promessa e il momento il cui essa è data. Noi sappiamo che il nostro matrimonio è il luogo dove sperimenteremo la sovrabbondanza della vita, ma adesso vediamo solo un grande deserto. Noi sappiamo che i nostri figli vedranno la felicità, ma negli ultimi mesi li abbiamo visti piegati e provati dalle cose accadute. Noi sappiamo che saremo sazi di giorni e godremo del bene per sempre, ma la solitudine, la paura, il dolore o la malattia sembrano negare questa stessa promessa. C’è un tempo tra la promessa di Dio e il suo compimento, c’è un vuoto. Il peccato originale è l’incapacità di stare in quel vuoto, in quel tempo, fidandosi. Nel racconto del libro della Genesi, Dio ordinò ad Adamo ed Eva di abitare il giardino, quel giardino, dentro una fiducia, una regola, un vuoto che era indicazione precisa circa i frutti dell’albero del bene e del male. Ma essi non seppero stare in quella misura e “presero il frutto”.

La tradizione della Chiesa ci insegna che quella “presa” non fu semplicemente una scelta individuale, bensì l’evidenza di una ferita misteriosa e profonda: noi non sappiamo stare, noi non sappiamo attendere, noi non sappiamo fidarci. Per questo l’uomo fa da sé. E facendo da sé prende, conquista, uccide, rivendica la promessa ricevuta. L’orrore dell’olocausto sgorga da un cuore che non sa più aspettare. La concupiscenza sgorga da un’anima che non è capace di stare e di abitare con fiducia il vuoto che s’interpone tra il desiderio e la sua realizzazione. Per questo la Chiesa chiede di attendere: attendere nell’amore, attendere nel giudizio, attendere nell’aderire alle ipotesi della vita. Perché è nell’attesa che ritroviamo la nostra umanità e il nostro desiderio si spoglia dalla violenza.

Ma come è possibile attendere? Come sarebbe stato possibile per un uomo del ventesimo secolo non cedere all’orrore e all’odio? Come è possibile per noi non farci rapire il cuore dalla vendetta, dalla fretta, da ciò che promette e non mantiene?

C’è una sola possibilità: che quell’attesa – quel vuoto – sia pieno di una Presenza, di Qualcuno che possa accompagnarci nel grande compito dell’essere uomini. Senza un rapporto così, senza un legame così, ogni attesa è moralismo, ogni vuoto è disperazione, ogni spazio è mortificazione. Ci vuole un amore per fidarci dell’Amore. Ci vuole un amore per stare nell’Amore.

La Giornata della Memoria è certamente giornata di commemorazione di orrori perpetrati, ma – soprattutto – è giornata di ricordo per tutti gli amori mancati, per tutto quello che l’uomo ha saputo fare di terribile pensando si potesse amare da soli. Pensando che bastasse un po’ di libertà e quattro regole per sopprimere l’inesauribile bisogno che tutti noi abbiamo di vedere realizzate le promesse di un tempo. Di vedere fiorire anche il crepuscolo più duro. Anche il dolore dell’inverno.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali

Ultime notizie