Don Giussani e la ferita dell’Italia

- Salvatore Abbruzzese

Don Giussani entrò in modo dirompente in un mondo che sembrava “a posto”, nel quale la domanda di senso era stata censurata. Lui riaprì la ferita

Don Luigi Giussani
Luigi Giussani (1922-2005) (foto dal web)

Don Luigi Giussani ha operato all’interno di una società che, nonostante una forte ed efficace presenza dell’istituzione ecclesiale, era già intimamente e serenamente secolarizzata.

Progressivamente confinata al foro della vita interiore da un lato ed a quello della ritualità devozionale dall’altro, la sensibilità religiosa che ancora si affermava nell’Italia degli anni della ricostruzione e dello sviluppo economico, nonostante le manifestazioni continue ed il primato politico detenuto dalla Chiesa cattolica, si sarebbe scoperta come sempre più marginale in ambito culturale, irrilevante sul piano morale e insignificante su quello esistenziale.

È proprio la chiara consapevolezza di una tale irrilevanza pratica dell’annuncio evangelico nei primi anni Cinquanta, a spingere don Giussani ad abbandonare l’insegnamento di teologia nel seminario di Venegono, per diventare insegnante di religione.

L’indifferenza crescente nei confronti della religione non è vista da don Giussani come l’esito di una propaganda anti-ecclesiale o anti-religiosa (che pure erano presenti). Né viene ridotta ad essere la conseguenza del processo di massificazione dei consumi che pure, specialmente nel decennio successivo, avrebbero giocato un ruolo.

Sulla scorta del pensiero dei suoi maestri, don Giussani vede la causa della crescente indifferenza religiosa risiedere nella liquidazione della domanda sul senso dell’esistenza. Una liquidazione operata dalla cultura dominante, già ampiamente presente nella manualistica scolastica quanto nella cultura diffusa. Non c’è nessuna ricerca del Vero e quindi, a maggior ragione, nessun “senso religioso”, una volta che la stessa domanda di senso che ne è all’origine viene negata, quando non addirittura irrisa.

È il progressivo e mesto abbandono della ricerca delle ragioni ultime dell’esistenza a produrre l’indifferenza crescente verso la religione. Il rassegnarsi del soggetto al non ricevere risposta alcuna, non può non indirizzarlo, di fatto, verso un’esistenza tanto euforica nei consumi e negli stili di vita quanto più rinunciataria verso qualsiasi ricerca del Vero.

Dietro l’esuberanza degli anni del benessere diffuso e le promesse di un futuro definitivamente libero dalla precarietà e restituito a tutte le libertà, don Giussani scopre, per intero, la malinconia per una risposta non ricevuta al desiderio di senso e quindi di verità. La critica operata dal disincanto laico verso qualsiasi domanda sul senso dell’esistenza, prima ancora di erodere le fila dei praticanti, aveva già corroso le speranze di tutti verso la possibilità di un Vero da praticare e di una speranza di “vita in abbondanza” da condividere.

La proposta educativa di don Giussani diviene quindi e innanzitutto quella di un recupero del diritto alla domanda, la legittimazione del desiderio volto alla ricerca di un senso dell’esistenza, capace di resistere alle congetture di ogni singola epoca, all’inevitabile relativismo di ogni posizione culturale.

Per questa strada don Giussani arriva a intercettare e registrare consensi proprio nel cuore di un universo giovanile fino a quel momento abbandonato al più mesto disincanto. L’effetto don Giussani è il frastuono che si apre nel cuore di quella stessa generazione che aveva mestamente sottoscritto la mancata risposta sul senso dell’esistenza e, conseguentemente, si era rassegnata a non cercarlo.

Ma un tale frastuono non si sarebbe affatto registrato se don Giussani si fosse limitato a legittimare il “diritto alla domanda” sul senso dell’esistenza al solo piano intellettuale. L’annuncio religioso che di quella domanda vuole essere la principale risposta, non avrebbe avuto nessuna credibilità se non si fosse anche concretizzato in una vita da sperimentare, nell’esperienza di un incontro con una comunità vivente e operante nel mondo, con la quale condividere tutti gli aspetti morali e materiali dell’esistenza che attraversano e caratterizzano l’esperienza particolare di ciascuno. Occorreva pertanto che, accanto al recupero di un diritto, si sviluppasse anche l’esperienza di un incontro con una concreta modalità di vita.

Il percorso che la cultura italiana ha attraversato, nei diversi decenni, ha impegnato don Giussani, e il movimento di Comunione e Liberazione al quale ha dato vita, ad un confronto continuo con i nuovi paradigmi che, dopo la cultura del disincanto degli anni Cinquanta, hanno segnato il Paese: dalla mutazione antropologica al primato della militanza politica; dal recupero dei valori post-materialisti al relativismo culturale; dalla deriva dell’io minimo alla spirale narcisista del consumo di emozioni.

È singolare, ma anche incredibilmente decisivo, quanto la ricerca di senso e la constatazione dell’impossibilità di vivere senza individuarne uno che sia, in qualunque modo, credibile e comunicabile, resti una provocazione permanente, una ferita continua che chiede di essere rimarginata. Questa volontà di ricerca di verità si ripresenta puntualmente, ad ogni passaggio d’epoca, e si deve a don Giussani l’averci aiutato a riconoscerla.

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