1917/ La maestria di Mendes che cambia i film sulla guerra

- Nuccio Franco

Il film di Sam Mendes, uscito l’anno scorso, è tecnicamente di qualità e all’avanguardia e riesce anche a centrare un importante obiettivo

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Una scena del film

Recensire 1917, uno dei migliori film degli ultimi anni, per l’impatto, la storia e i sentimenti unici, ma anche per la tecnica di ripresa cinematografica e gli effetti, fa quasi tremare i polsi. Diretto da Sam Mendes già regista di Skyfall, Spectre e American Beauty, il film offre uno spaccato della Grande Guerra, non proprio cinematograficamente facile da raccontare. Protagonisti, George MacKay e Dean-Charles, davvero all’altezza della situazione.

Dieci candidature ai premi Oscar (di cui tre vinte), tre candidature ai Golden Globe, di cui tre vinte, in particolare quella come miglior regia e miglior film, e una pletora di altri premi, la pellicola ci offre uno spaccato crudo e realistico di quella che è stato il primo conflitto mondiale. Nonostante i riconoscimenti ricevuti, meritava di più. Avrebbe certamente meritato il massimo riconoscimento all’Oscar, visto il termine di paragone, con il film Parasite di Bong Joon-ho. Ciò nonostante l’assoluta validità, il tocco esotico e la bravura del regista, 1917 è totalmente un’altra cosa, sotto tutti i punti di vista.

Blake e Schofield, giovani caporali britannici, ricevono un ordine di missione suicida: dovranno attraversare le linee nemiche e consegnare un messaggio cruciale che potrebbe salvare la vita di 1.600 uomini sul punto di attaccare l’esercito tedesco. Per Blake, poi, l’obiettivo di portare a termine una missione nella quale nemmeno le alte sfere credono, ha una doppia valenza: militare e personale. Infatti tra quei 1.600 uomini c’anche suo fratello.

Purtroppo Blake trova la morte in un conflitto a fuoco ed è qui che esce fuori totalmente il personaggio di Schofield, magistralmente interpretato da MacKay. Il protagonista ruba la scena, ti prende per mano e non ti lascia per un attimo; la pellicola è un fiume di accadimenti che riescono a rendere cinegenico un avvenimento che non lo è affatto.

Semplice ma incisivo nella sceneggiatura, sublime nella fotografia, la camera non si scosta per un attimo dal personaggio di Schonfield, raccontandone i sentimenti contrastanti e i turbamenti interiori insieme alla determinazione di portare a termine la missione. Lo fa per l’amico, per sé stesso, per la famiglia questo non riusciremo mai a saperlo, salvo vederlo piangere straziato in una scena del film, quasi che la fatica e la paura stiano prendendo il sopravvento. Tuttavia, sa di dover portare a termine un incarico e lo farà senza esitazioni, per l’amico e per quegli uomini che rischiano il massacro.

Lo spettatore è incollato allo schermo, seguendo l’evolversi degli eventi, senza distrazioni abbassando la guardia e diventando bersaglio esso stesso mentre spinge il protagonista a raggiungere il suo scopo.

Il regista, affronta accuratamente e senza fronzoli, uno dei fatti forse più piccoli ma importanti della Grande Guerra, ossia la battaglia di Passchendaele nelle Fiandre occidentali che risulterà decisiva per le sorti del conflitto. E lo fa in maniera semplice ispirando la storia ai racconti del nonno, lui stesso impegnato sul fronte delle Fiandre cercando di celebrare i tanti ragazzi caduti con onore.

Riesce a trasmettere in maniera viva le brutalità, senza retorica, le ingiustizie e la tragica banalità della guerra, ma ci risparmia l’eroismo, l’idolatria, lo spirito romanzesco, che a volte abbiamo visto in altri film di genere, specie hollywoodiani. No, il regista ci offre un racconto asciutto, coerente, inappuntabile e riesce a far sembrare allo spettatore di essere sempre nell’inquadratura, lo porta sul fronte evitando controcampi inutili allo scopo di filmare un’unica sequenza molto efficace.

La qualità tecnica di questo film è indiscussa. Il regista riesce a muovere la macchina da presa con una maestria unica. Non solo nelle complesse scene d’azione, ma anche nei dialoghi, dove sopperisce all’assenza del montaggio creando campi e controcampi grazie al movimento coordinato di telecamera e attori. Inoltre, il racconto delle trincee dove si svolgono i fatti, è ripresa dal mezzo tecnico senza precedenti.

Un film tecnicamente all’avanguardia, che scorre semplice, con dialoghi (e assenza di essi) che non porgono il fianco all’intellettualismo, dove la sceneggiatura e la fotografia, eccezionali, sono fondamentali per mantenere insieme il tutto con nuovi sguardi cinematografici. Usando la tecnica di un solo piano di sequenza lo spettatore va in trincea (abilmente ricostruite) riuscendo quasi a sentire gli schizzi di sangue e fango, le condizioni disumane, la paura, il tanfo della guerra e della morte.

Eppure, nonostante i momenti paradossali e alcune situazioni del tutto superflue ai fini della narrazione – soprattutto nella seconda parte -, Mendes riesce a centrare l’obiettivo e a raccontare il primo grande conflitto da un punto di vista più umile e umano. Riesce a mettere in risalto come nessuno l’insensatezza del conflitto e l’esasperazione di chi quella guerra si è ritrovato a combatterla suo malgrado.

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