AC/DC/ I 40 anni di “Back in Black”: l’hard rock trova la sua strada

- Lorenzo Randazzo

Dalla morte del loro cantante gli AC/DC riemergono come la più grande band hard rock

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La copertina dell'album

La notte del 18 febbraio 1980 muore Bon Scott, vocalist e carismatico performer degli AC/DC. La causa ufficiale del decesso è “intossicazione etilica acuta” e “morte accidentale”, ma l’opinione più diffusa è che la sua morte sia dovuta all’asfissia ovvero che Bon si sarebbe strozzato con il proprio vomito. Il cadavere disteso di Bon Scott è rinvenuto in una Renault 5 al 67 di Overhill Road a East Dulwich, a sud di Londra, esattamente dove lo ha lasciato un amico dopo una serata alcolica.

Il 25 luglio del 1980, cinque mesi dopo la perdita improvvisa del frontman della band, con Brian Johnson alla voce, gli AC/DC pubblicano Back in Black, l’album più importante della band australiana nonché un disco fondamentale per la storia del rock. Sono passati quarant’anni e nessuno avrebbe potuto immaginare un successo così stratosferico: con oltre 50 milioni di copie Back in Black è il secondo album più venduto di sempre, secondo solo a Thriller di Michael Jackson.

Com’è stato possibile realizzare un capolavoro di tale portata in così poco tempo e per di più in un momento in cui la band stava ancora elaborando il lutto di Bon Scott? Difficile credere che sia stato studiato tutto a tavolino, soprattutto perché gli eventi che hanno portato alla realizzazione del disco si sono avvicendati in rapida successione. I fratelli Young, dopo alcuni giorni di contest per la selezione del nuovo vocalist, l’8 aprile annunciano ufficialmente l’innesto nella band di Brian Johnson, inglese, di origine operaia ed ex cantante della band Geordie. Immediatamente dopo, gli AC/DC al completo si trasferiscono alle Bahamas per registrare il nuovo album. Per quanto ancora oggi permangano dei dubbi sull’eventuale apporto di Bon alla realizzazione del disco, sembra davvero che la band prima di entrare al Compass Point Studios di Nassau non avesse delle canzoni già pronte. Il solo materiale disponibile è qualche idea abbozzata durante le prove agli E-Zee Hire Studios di Londra prima di partire, dei titoli potenziali dei brani e alcuni riff su cui hanno lavorato Malcom e Angus nei mesi precedenti.

Nulla di più. Per il resto il prodotto della parte musicale è completamente frutto del nuovo lavoro in studio, mentre il compito di scrivere i testi da zero e di sviluppare le melodie viene affidato al nuovo arrivato Brian (di fatto il ruolo assegnato a Bon in precedenza). In sole sette settimane l’album è pronto per il mixaggio finale che avviene negli Electric Lady Studios di New York. Back in Black è fin dall’inizio concepito per essere un omaggio a Bon Scott, è infatti ben presente il tema della perdita del compagno, non solo nei testi ma anche nella musica (si pensi alle campane a morto) e nella grafica del disco, con la copertina tutta nera in segno di lutto.

Quella degli AC/DC è una crescita costante: il primo salto è favorito dal trasferimento dalla nativa e lontana Australia a Londra, l’ombelico del mondo della musica. Highway to Hell e il relativo tour li fa conoscere in tutto il mondo, ma la consacrazione commerciale e il consenso della critica vengono raggiunti solo con Back in Black, che consente alla band di sfondare anche nel mercato americano.

Va precisato che, a prescindere dal successo, gli AC/DC delle origini, con Bon Scott alla voce, non hanno nulla da invidiare rispetto alla nuova formazione. Tutt’altro. Back in Black ha però la forza di presentarsi come un album granitico e compatto in cui la sezione ritmica di Phil Rudd e Cliff Williams guida e gestisce perfettamente il fragore delle chitarre di Angus e Malcom, e dove la voce inconfondibile di Brian Johnson emerge potente. Back in Black nel complesso risulta un album perfetto per qualsiasi prova del suono. L’album ha poi il merito di essere considerato un punto fermo nel mondo della musica; nell’immaginario collettivo Back in Black rappresenta l’essenza del rock duro e puro che si afferma in un nuovo mondo musicale tra il punk e l’elettronica.

C’è ancora qualcuno che non conosce Back in Black? Il rintocco delle campane infernali di Hells Bells seguito dal testo “I’m a rolling thunder, a pouring rain I’m comin’ on like a hurricane” hanno fatto storia. Per non parlare del riff inconfondibile di You Shock me all night long o della scarica di adrenalina di Back in Black o ancora della potenza di Shoot to thrill accompagnata sul palco dalla tipica “duck walk” di Angus Young vestito da scolaretto. Back in Black è il disco che ha saputo raccogliere un consenso positivo ed unanime dei primi fan degli AC/DC, i nostalgici di Bon Scott per intenderci, e dei nuovi appassionati della band australiana che invece continuano a trovare interessante anche la produzione degli anni duemila.

Back in Black, infatti, ha saputo mettere d’accordo persone di diversa età: quando un giovane ascolta You Shock me all night long il padre lo osserva compiaciuto; quando a mettere il pezzo è un adulto il figlio d’impulso alza il volume, situazioni che normalmente non avverrebbe ascoltando un brano trap o una canzone folk chitarra e voce degli anni settanta. Questo perché, negli anni, attorno agli AC/DC si è consolidata un’intesa, una forma di complicità intergenerazionale che solo le band planetarie sanno creare.

A costo di ripetersi, cosa che hanno fatto abbondantemente da Back in Black in poi, gli AC/DC sono sempre rimasti fedeli alla linea, tirando dritto per la loro strada senza nessuna deviazione e nessun compromesso rispetto alla loro musica originaria. La tradizione e la qualità dei lavori sono stati garantiti dall’asse portante della band, i fratelli Young che hanno mantenuto inalterato il loro marchio di fabbrica senza alcun stravolgimento al loro modo di suonare. Quarant’anni fa con Back in Black (e così con tutti i loro dischi) gli AC/DC non hanno dovuto inventare nulla di nuovo: da un giro di blues hanno prodotto la loro interpretazione in chiave hard rock, trasformando per sempre la musica.

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