ALITALIA/ L’unico modo per non buttar via altri 3 mld degli italiani

- Roberto Zucchetti

Alitalia torna nelle mani dello Stato. Bisognerebbe però fissare alcuni paletti fermi per non vedere sprecati ancora una volta i soldi dei contribuenti

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Lapresse

Com’era prevedibile, la vicenda Alitalia segue il copione più gradito agli attori: torna di nuovo nelle accoglienti braccia dello Stato le quali, protendendosi generose, si allargano per accogliere anche una parte dei dipendenti di Air Italy, la compagnia aerea con base a Olbia, in Sardegna, erede di Meridiana, che gli azionisti hanno messo in liquidazione, ammettendo la loro incapacità di riportarla in equilibrio economico. Copione scontato: d’altra parte, chi potrebbe immaginare di lasciare senza stipendio migliaia di lavoratori, proprio in un momento come questo, con una drammatica crisi occupazionale che è solo iniziata?

Scelta fatta, non si torna indietro. Guardiamo quindi avanti, cercando di fissare alcuni punti fermi per valutare come devono essere spesi tre miliardi, faticosamente guadagnati da noi tutti e consegnati al fisco mediante le imposte.

Una prima richiesta ha a che fare con la giustizia. Moltissime sono le persone che, non per loro responsabilità, hanno perso il loro lavoro: dipendenti di grandi e piccoli imprese e lavoratori autonomi, i quali in molti casi oltre a perdere il reddito hanno perso anche il capitale investito nella loro attività. Tutti costoro si aspettano un aiuto dallo Stato, ma sanno benissimo che non sarà sufficiente a rispondere al loro bisogno; quello che però vogliono assolutamente è che l’aiuto sia dato senza fare discriminazioni.

La prima richiesta è, quindi, che l’operazione Alitalia non sia mossa dall’obiettivo, buono in sé, di proteggere i lavoratori con una forma di assistenza mascherata da investimento: questa esigenza di protezione c’è, deve essere perseguita, ma lo deve essere con gli strumenti, ordinari o straordinari, che valgono per tutti. Questa prima richiesta ne porta come conseguenza una seconda: chi assumerà il comando dell’impresa dovrà agire come imprenditore, ponendosi come obiettivo primario e irrinunciabile produrre un servizio che crei e non distrugga valore. La seconda richiesta è quindi di mettere i nuovi vertici aziendali nelle condizioni di fare le necessarie scelte di riduzione del perimetro aziendale, anche se drammaticamente pesanti sotto il profilo occupazionale.

In un precedente articolo, abbiamo richiamato la metafora della safety car nelle corse di Formula uno: quando, per un incidente, si deve rallentare il traffico, entra un’auto che fa rallentare tutti e così annulla le distanze accumulate dai primi concorrenti. I dati ci dicono che, effettivamente, la pandemia ha messo tutti “al tappeto”: il numero di voli effettuati nel mondo da marzo a giugno è stato del 65% inferiore all’anno precedente e in Italia del 90%. Alitalia ha, quindi, la possibilità di ripartire “alla pari”; anzi, grazie all’iniezione di liquidità, con più forza dei suoi concorrenti, ma deve avere chiaro quali siano gli obiettivi che gli italiani si aspettano.

1) Favorire la coesione territoriale del Paese, offrendo servizi di collegamento interno capillari a costi bassi e prezzi bassi. Non è una ripetizione: sono due concetti diversi. Ricordo un collaboratore che, alcuni anni fa, andò a incontrare per lavoro l’Ad di easyJet. La trovò in un hangar, in tuta arancione, in mezzo ai tecnici; fece una battuta, alludendo che mai avrebbe trovato l’Ad di Alitalia in quelle condizioni e ottenne questa tagliente risposta: “We are a low cost, not e low fare” (siamo una compagnia con bassi costi, non tariffe basse”. Avere tariffe basse con costi alti significa andare di nuovo verso il fallimento; avere costi alti e prezzi alti, vuol dire penalizzare nuovamente il Sud Italia, che per molti anni ha pagato l’inefficienza del nostro vettore di bandiera.

2) Contribuire a collegare il nostro Paese con il resto del mondo, con collegamenti diretti di lunga distanza: su questo obiettivo, dove spesso abbiamo sentito molta retorica, occorre essere molto chiari. Alitalia non avrà mai la forza di servire tutta la domanda del Paese e in particolare, non avrà la forza di servire Roma e Milano. Negli ultimi anni si è concentrata su Roma, lasciando Milano totalmente senza collegamenti diretti intercontinentali: è una scelta aziendale che dovrebbe essere spiegata sul fronte della redditività. Quello che invece non deve più avvenire, e che nel passato è invece avvenuto, è che lo Stato, utilizzando il proprio diritto di concordare con gli Stati extracomunitari i diritti di volo, fornisca al proprio vettore una sorta di privilegio, impedendo ad altri di servire rotte in concorrenza: Milano ha diritto di avere i collegamenti che il proprio ricco bacino di domanda può sostenere. Se Alitalia non vuole o non può servire questo mercato, siano altri liberi di poterlo fare.

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