ANCIENT DOME/ Paolo Porro, l’intervista: la band e il metal italiano

- Stefano De Palma

Paolo Porro, chitarrista della band prog metal Ancient Dome, ci racconta la storia del suo gruppo e della scena metal italiana

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Ancient Dome

Gli Ancient Dome sono una band thrash metal lombarda, che lo scorso 31 ottobre ha annunciato lo scioglimento, dopo quattro album in studio di indubbio valore, in cui all’alto tasso tecnico si aggiungono una potenza d’impatto e una sapienza compositiva davvero ammirevoli. La loro, però, è una storia esemplare, che purtroppo accomuna centinaia di band meritevoli che non riescono ad ottenere il successo che sarebbe loro dovuto. È chiaro che uscire dall’anonimato in Italia suonando metal è un’impresa titanica. Purtroppo, però, quando un sistema non funziona puntare il dito contro questa o quella causa isolata è sempre riduttivo. La colpa è dei gusti del grande pubblico? Delle logiche del mercato? Dell’assenza di una politica di talent-scouting che premi e paghi la qualità, più che l’apparenza? Potremmo andare avanti per ore, ma ho deciso di discuterne con Paolo Porro, l’imponente chitarrista della band, prima di ripercorrere con lui la carriera degli Ancient Dome.

La recensione che Metalitalia.com ha scritto del vostro ultimo album, “The Void Unending”, si concludeva così: “non possiamo non chiederci dove sarebbero oggi questi cinque ragazzi se fossero nati in Germania e fossero finiti sotto contratto con qualche major metal”. Credi anche tu che altrove avreste potuto avere il successo che meritavate?

Credo che noi possiamo piangerci addosso fino a un certo punto. Dopotutto è stata una nostra scelta, anche se non sempre condivisa da tutti, quella di non pagare per suonare. Oggi se vuoi esibirti per farti conoscere, nei festival o in location importanti, devi essere disposto ad investire. È la prassi: per le agenzie di booking scommettere su degli sconosciuti è rischioso e vogliono avere delle garanzie. In dodici anni avremmo fatto sì e no un centinaio di date in tutto. È stato difficile trovare locali che accettassero di far suonare (pagandole) band emergenti, thrash metal poi! Però qualche bella soddisfazione ce la siamo presa: ad esempio abbiamo aperto per gli Heathen – una delle band che ci ha maggiormente influenzato – al Club 71 a Milano; al Thunder Road di Codevilla abbiamo aperto per Whiplash ed Artillery. Abbiamo anche partecipato a tanti festival minori, che però dimostrano una bella vivacità che nasce dal basso, come il Blood in Gerenzano, il Grave Party, il Void Fest, il Rock in Somma, l’Hellbrigade Festival, il Metal Disorder o lo Stonehell Metal Fest. Molti di questi non esistono più da anni, purtroppo, e di pochi rimasti chissà quanti riusciranno a riprendere l’attività dopo questa pandemia… Erano luoghi in cui ti capitava di suonare anche solo davanti a poche decine di spettatori, ma che poi venivano a complimentarsi, compravano i nostri cd e dimostravano vera passione per quello che facevamo. Comunque, per noi, la cosa più importante era mantenere vivo il piacere di suonare insieme. La sala prove e lo studio di registrazione riuscivano a darci quel brivido e finché c’è stata questa tensione positiva la band ha tenuto.

E poi cos’è accaduto? Qualcosa è andato storto?

Diciamo che si è trattato di una “separazione consensuale” (anche se me ne assumo la responsabilità). Quando sei continuamente costretto a saltare sale prove per rinunce dell’ultimo minuto, capisci che non tutti possono dedicare il proprio tempo alla band allo stesso modo e che è il momento di chiudere il capitolo. Ma la ragione principale resta il calo della passione, senza dubbio. Io sono sposato e ho un lavoro impegnativo: so cosa vuol dire avere i minuti contati, ma senza musica la vita non ha gusto e il tempo l’ho sempre trovato.  Abbiamo scelto il 31 ottobre, il Giorno dei Morti: una data suggestiva…

Mi sembra, quindi, di aver capito che tutte le vostre energie si sono concentrate nella realizzazione dei vostri quattro album, a partire da “Human Key”, il vostro disco d’esordio del 2008.

Sì, l’album è stato anticipato da “Promo 2008”, una demo autoprodotta. L’abbiamo fatta girare e siamo entrati a far parte del roster della Punishment 18 Records, già al lavoro con nomi interessanti dell’underground italiano. “Human Key” è stato il nostro figlio primogenito e lo apprezzo in toto, anche per una ragione affettiva. È un album molto diretto, duro e veloce, che risente dell’influenza ingombrante di band come Coroner, Metallica, Megadeth, i già citati Heathen… Anche se la mia band preferita sono i Death del grande Chuck Schuldiner (R.I.P.) che, oltre ad annoverarsi tra i precursori del death-metal (appunto), con i Control Denied ha sfornato “The Fragile Art Of Existence”: un assoluto capolavoro progressive-metal.

Nel 2010 esce “Perception Of This World” e, quattro anni dopo, “Cosmic Gateway To Infinity”…

Entrambi continuano a piacermi anche ad anni di distanza. Il secondo in particolare, ha un sound uniforme, i pezzi sono ben collegati tra loro, anche perché è un concept-album. Ha avuto anche delle recensioni positive: si tratta di album in cui il livello tecnico si alza, con aperture melodiche e un suono più curato e stratificato.

Il vostro ultimo disco, invece, si intitola “The Void Unending” (2017): un altro concept-album.

Esatto, è la storia di un futuro distopico in cui robot e umani convivono, si scontrano… insomma, niente di troppo originale. Da un punto di vista musicale invece è un lavoro pienamente maturo. L’album è stato anticipato dall’uscita di “O. W. T. … And Still We Are!”, un disco autoprodotto (uscito per la DeathStorm Records, la mia etichetta), che contiene tre inediti, la demo del 2004 “Once Were Thrashers” – riregistrata per l’occasione – e altre curiosità per i nostri fan più accaniti.

Chiuderei l’intervista con un ultimo sguardo a come tutto è iniziato.

Gli Ancient Dome sono nati da un gruppo di amici che volevano suonare metal insieme, ma farlo bene. Oltre a me c’era Gabriele Borghi alla chitarra e Matteo Cuzzolin al basso. Ci mancava un batterista di talento e per questo abbiamo pubblicato un annuncio sulla rivista Metal-Shock (allora funzionava così). In questo modo abbiamo incontrato Salvatore Siragusano, rimasto nella band fino al 2007, sostituito da Giorgio Alberti, nelle nostre fila fino all’ultimo nonostante i molti cambi di line-up che gli Ancient Dome hanno effettuato nel corso degli anni. Ad esempio, Alessandro Fontana è stato il chitarrista solista che ha sostituito Gabriele nel 2004 ed rimasto con noi fino al 2015, sostituito poi da Marco Colombo; il cantante Jerry De Feo, nella band dal 2011 al 2020, ha fortunatamente preso il mio posto alla voce; il bassista Davide “White” Bianchi ha sostituito Matteo dal 2011 ed è stato con noi fino al 2014, quando ha preso il suo posto Giorgio Mina. Ognuno di loro ha dato il suo contributo al nostro sound e si è goduto con noi delle belle serate a base di grande musica (e tanta birra!). Dopotutto l’heavy metal ha il potere di suscitare una passione che dovrebbe essere contagiosa e inclusiva.

Concordo! Ed è proprio per questo che andrebbe proposto ai giovani.  Io che insegno ho fatto un esperimento sociale: ho fatto ascoltare ai miei studenti la title-track del vostro ultimo disco e ho raccolto i loro commenti. Qualcuno mi ha detto di aver provato rabbia, ansia, di averne sentito lo “schiaffo” e nel momento in cui ho rivelato che si trattava di un brano che raccontava una storia di fantasia han capito che si trattava di una violenza artefatta (fatta ad arte, attraverso l’arte). Qualcun altro si è accorto che siete bravi e che non è facile suonare a quella velocità, ed eseguire certi cambi di ritmo (pochi oggi sono abituati a vedere suonare dei veri strumenti musicali). Nessuno però si è tirato indietro! Si sono lasciati provocare da quella che per loro era un’interessante novità. Allora ho chiesto se tra loro vi fossero dei metallari, e ovviamente la risposta è stata “no”. Infine ho domandato il motivo per cui, a loro avviso, in tv, in radio o sui social non riesce a trovare spazio questo genere musicale e le risposte mi hanno davvero stupito…

Spara! Sono curioso…

Qualcuno ha incolpato l’iconografia di certi sottogeneri del metal, che a volte sembra compiacersi un po’ troppo nel proporre al mondo, esasperandola,  una certa faccia “sporca, brutta e cattiva” di chi ama questo genere musicale.  Altri invece, parlando della musica, mi han detto che è un genere che ti coinvolge, e quindi non può fare da sottofondo, ma è invadente, ti obbliga ad ascoltarlo, a farci i conti: “molte delle canzoni che girano in radio hanno una base tutta uguale, dei testi con parole a caso, che non fanno pensare” (interessante la concezione di “musica” che sta dietro a questa constatazione). Infine, tanti di loro non sapevano che oltre agli agli Iron Maiden – che tutti conoscevano di nome, per via di Eddie e del loro font iconico -, ci fossero dei gruppi moderni, di giovani, che oggi pubblicassero heavy metal: “Eh prof, se una canzone metal venisse usata per un video virale l’ascolterebbero tutti!”.

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