ARTE E FEDE/ Sacri Monti: rivivere la Passione nel Calvario dietro casa

- Danilo Zardin

Fu lo scrittore inglese Samuel Butler, alla fine dell’800, a guardare con occhi nuovi il Sacro Monte di Varallo. Iniziò così la riscoperta dei Sacri Monti (2)

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Sacro Monte di Varallo, Cappella XI, "La strage degli innocenti" (1586-88)

Nel 1871, nel corso delle sue esplorazioni tra le bellezze nascoste del patrimonio culturale italiano disperse anche in luoghi appartati e privi di lustro, incastonati in un paesaggio che trovava nelle vallate alpine uno dei suoi vertici più invidiabili, Samuel Butler si trovò a transitare per il capoluogo della Valsesia. Lo accompagnarono a visitare le cappelle del Sacro Monte di Varallo, affollate dai gruppi statuari e dai corredi di affreschi di Gaudenzio Ferrari, di Giovanni Wespin, dei fratelli d’Enrico, di tanti altri artisti venuti dopo di loro, quanto meno fino al Settecento inoltrato. E fu un vero colpo di fulmine: l’autentica rivelazione di un mondo sorprendente e fino ad allora da lui completamente ignorato. Butler intravide d’istinto in quell’accumulo prepotente di segni figurativi cristiani l’affioramento di una straordinaria vena inventiva, fortemente radicata nella cultura del territorio.

La percepiva come la sincera espressione di un sentire che dava voce alle inclinazioni di una “comunità di popolo”, oltrepassando i filtri dell’espressività artistica ufficiale, disciplinata dai modelli irrigiditi delle accademie e dalle committenze auliche delle corti. La bellezza sanguigna, appassionata e travolgente scaturita dai cantieri dei Sacri Monti si qualificava, ai suoi occhi di smaliziato anticonformista, come l’effervescenza incontenibile di una creatività magmatica, sotterranea, molto più spontanea e autodiretta di quella promossa dalle istituzioni di potere dei centri dell’arte e della cultura “nazionali”, in fase di perenne sperimentazione in quanto agganciata a urgenze e valori assecondati dai modellatori stessi delle opere di alta originalità che vi confluivano. Butler celebrò la grandezza di questo contro-Rinascimento di periferia, valligiano e, soprattutto ai suoi inizi, connotato da una bruciante franchezza naïf in due volumi che fecero scalpore, concepiti come vigorosi inni di battaglia lanciati contro schemi cristallizzati da demolire: Alpi e santuari, del 1881; Ex voto, del 1888.

Fu soprattutto nella scia della pubblicazione dei lavori di Samuel Butler, a fine Ottocento, che il tema dei Sacri Monti cominciò a sprovincializzarsi, elevandosi al di sopra dei canali molto frequentati, ma scientificamente non sempre agguerriti, della storiografia municipalista e dell’erudizione artistica locale. Nelle cerchie ristrette degli specialisti di arte, religione, cultura e storia dei tempi moderni si cominciò a parlare sempre più ampiamente e con maggiore rispetto di questi argomenti, fino ad allora penalizzati dalle linee critiche più alla moda del sapere accademico contagiato dai luoghi comuni della secolarizzazione postilluminista e dai pregiudizi dell’estetismo aristocratico-borghese.

Iniziò, allora, un lento movimento di recupero delle chiavi di decifrazione, quindi anche di rilegittimazione dei significati di questi frutti apparentemente “minori” della storia religiosa italiana degli ultimi secoli. La parabola è proseguita fino all’entusiasmante messa a fuoco del “gran teatro montano” dell’arte dei Sacri Monti orchestrata, nell’ultimo dopoguerra, dalla genialità visionaria di Giovanni Testori. Non si possono poi dimenticare le ricadute dell’inserimento nella lista del Patrimonio Mondiale dell’umanità, a opera dell’Unesco, nel 2003.

Sul piano delle ricostruzioni storico-interpretative, il processo di recupero delle ragioni che stanno alla base della fioritura dei Sacri Monti è l’antefatto che rende comprensibile la comparsa, a ritmi serrati, degli ultimi studi in argomento, apparsi numerosi nell’ultimo ventennio. In continuità con le dinamiche che hanno aperto la strada a questi esiti più recenti, si può segnalare che, ancora oggi, è la sorpresa dell’incontro inaspettato con un tesoro di evidenze prima sconosciute, o almeno sottovalutate nella loro reale sostanza, il fatto capace di scatenare l’accensione della curiosità e il desiderio di sapere in più d’uno fra coloro che scelgono di dedicarsi allo scandaglio di questi temi. In forme che ricordano molto da vicino l’emozionante esperienza vissuta, circa centocinquant’anni fa, da Samuel Butler, l’essersi imbattuto nella forza di richiamo di una bellezza imprevedibile, che chiedeva risolutamente di essere spiegata, è ciò che ha fatto da esca per la messa in moto della ricerca confluita nel brillante lavoro di un altro studioso di nascita inglese, solo da poco sollecitato a implicarsi nelle indagini sulla storia dei Sacri Monti: Jerusalem in the Alps. The Sacro Monte of Varallo and the Sanctuaries of North-Western Italy, di Geoffrey Symcox (Brepols, Turnhout 2019).

Il volume di Symcox è certamente uno dei frutti migliori della più fresca ondata di nuove indagini sui diversi aspetti problematici legati alla galassia dei Sacri Monti dell’area italiana nordoccidentale. Fino a poco tempo fa ci si poteva affidare al ricco apparato di informazioni e immagini illustrative riunite nell’Atlante dei Sacri Monti prealpini, a cura di Luigi e Paolo Zanzi (Skira, Milano, 2002), o con ancora maggiore efficacia a una pregevole raccolta di studi coordinata da Dorino Tuniz (I Sacri Monti nella cultura religiosa e artistica del nord Italia, San Paolo, Cinisello Balsamo-Milano, 2005). Ma ora, in parallelo con il volume in lingua inglese di Symcox, ha visto la luce anche il notevole quadro di sintesi offerto da uno fra i massimi esperti in questa materia, attivo da parecchi decenni sul fronte delle ricerche dedicate all’evoluzione artistica dei Sacri Monti, oltre che al più ampio scenario che della loro genesi e del loro sviluppo nel tempo costituisce il contesto globale di riferimento. Mi riferisco a Sacri Monti, di Guido Gentile (Einaudi, Torino 2019).

Gentile, in piena armonia con l’impostazione di Symcox, ridiscute in primo luogo le radici storiche che hanno nutrito il modello primitivo dei Sacri Monti dell’Italia settentrionale, riconducibili, innanzitutto, al nucleo originario del complesso di Varallo. La spinta che è stata ritenuta a lungo prioritaria, se non praticamente esclusiva, veniva dal desiderio di rendere disponibili degli approdi sostitutivi in risposta alle crescenti difficoltà che ostacolavano i flussi tradizionali del pellegrinaggio di ritorno alle sorgenti primitive della storia cristiana, nei siti a cui la memoria del popolo dei fedeli aveva ricollegato i fatti tramandati dalle fonti bibliche e dagli scritti dei primi secoli: la città santa di Gerusalemme e gli altri poli nevralgici dell’antica Palestina.

Avviate a esaurirsi le speranze di riconquista affidate alle spedizioni crociate, dopo l’inglobamento nel sultanato mamelucco di Egitto, nella seconda metà del XIII secolo, e più ancora a seguito dell’espansione ottomana nel Medio Oriente, diventava sempre più insidioso il viaggio reale lungo le rotte e sui percorsi terrestri che conducevano fino al teatro della manifestazione originaria dell’alleanza di Dio con l’uomo, culminata negli eventi mirabili attraverso cui si era snodato il sacrificio di Cristo sulla croce. Così si rafforzò il bisogno di allestire, nelle terre dell’Occidente rimaste sotto il dominio della fede della Chiesa, raffigurazioni simboliche e siti monumentali capaci di riprodurre il più possibile da vicino la configurazione di quei “luoghi santi” che rischiavano di diventare sempre più irraggiungibili: a cominciare dal centro apicale della storia della salvezza, coincidente con gli inconfondibili lineamenti del Santo Sepolcro, affiancato dagli spazi contigui del Calvario, della deposizione di Cristo, degli altri episodi cruciali della Passione, con la tragica cicatrice della Via Dolorosa punteggiata dalle sue “stazioni” disposte in una successione presto diventata canonica, e aprendosi poi, a cerchi concentrici, nei termini in cui l’estensione e le condizioni oggettive dell’ambiente prescelto lo consentivano, fino a includere la Santa Casa di Nazareth, i luoghi della nascita a Betlemme, gli altri scenari che rimandavano allo snodarsi millenario della storia dei rapporti tra Dio e l’umanità, risalendo in qualche caso fino ad abbracciare i suoi più remoti precedenti veterotestamentari, i fatti della Genesi, le figure dei grandi patriarchi e delle anticipazioni profetiche.

(2 – continua) 

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