BAMBINI VANDALI CONTRO PRESEPE/ Senza un affetto non c’è educazione che tenga

- Federico Pichetto

Sono stati individuati grazie alle telecamere di sorveglianza i responsabili della devastazione di un presepe ad Alice Castello, nel vercellese. Son bambini di 7-9 anni

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Particolare di un presepe del Messico esposto nel 2016 al Centro culturale Rosetum di Milano (LaPresse)

La realtà delle cose si manifesta improvvisamente, senza preavviso. Lo fa ad Alice Castello, un paesino del vercellese dove, pochi giorni prima di Capodanno, il presepe della pro loco è stato vandalizzato, con tanto di decapitazione delle statuine in polistirolo raffiguranti la natività. Gli autori dell’atto sono dei bambini di sette, otto e nove anni, immortalati dalle telecamere e adesso giunti alla resa dei conti con genitori e forze dell’ordine.

Ovviamente non sappiamo il background culturale delle famiglie ed è lecito supporre che possano essere famiglie laiche, agnostiche, credenti o cattoliche. Il punto non è questo, ma la realtà delle cose: siamo immersi in un’epoca in cui prevale la convinzione che siano le parole ad educare, a essere determinanti. Il neopuritanesimo prevede severe condanne per ogni tipo di incidente che riguardi il lessico non politically correct (chiedete ad Amadeus se volete approfondire il tema), teorizzando che con un linguaggio scevro da increspature qualunquiste, o recanti ataviche e immotivate convinzioni (chiedere al Checco Zalone della canzoncina promozionale del suo film per comprendere), potremmo finalmente forgiare cittadini compiuti, alba e futuro della civiltà nuova.

E chissà quante lezioni sul rispetto delle culture e delle diversità i piccoli vandali vercellesi si erano dovuti sorbire, quanti pensierini, temini, disegni, filmati, recite, progetti: tutti nella ferrea convinzione che le cose buone basta ripeterle per trasmetterle.

Il punto è che in fondo i bambini del ventunesimo secolo sono ancora fortunati: durante il secolo precedente si è sostenuto indefessamente che fosse il “buon esempio” ad educare. Si trattava di un moralismo più complesso di quello parolaio odierno, fatto di tante buone azioni ipocrite, effettuate appositamente per educare le giovani generazioni. Anche in quel caso le cose non andarono esattamente benissimo.

Così si torna ad Alice Castello e alla realtà dei fatti: ciò che educa non sono le azioni o le parole, bensì le affezioni. Ciascuno di noi trasmette ciò che ama, ciò a cui è affezionato. Tu, adulto, a parole puoi dire quello che vuoi, con i gesti puoi segnalare ciò che credi, ma i bambini lo capiscono, lo sentono e lo respirano che cosa ami, che cosa rispetti, a che cosa tieni. Il vero tema del nostro tempo è il distacco affettivo dell’adulto dal bene, la neutralità affettiva dell’adulto dal male. Come negli ultimi Jedi di Star Wars ci domandiamo, in fondo, che male ci possa essere ad abbracciare il lato oscuro della forza. Mai come in questo tempo il male ha affascinato così tanto l’adulto: c’è un moto di sincero affetto nella società per tutto ciò che è blasfemo, trasgressivo, cattivo, dissacrante, irriverente. Basterebbe dare un’occhiata alle serie tv per comprendere quanto ci piacciono i cattivi.

La medicina, tuttavia, non è una nuova predica o una nuova ondata di moralismo: la medicina è tutta nella nostra capacità di fermarci, di restare in contatto col fenomeno, di accettarlo, indagarlo, non agendone l’impulso che esso promana e che ci spinge. I cattivi ci piacciono perché – come il Joker – dietro la loro cattiveria celano tutti storie di dolore e di ingiustizia: perfino il cattivo Benedetto XVI de I due papi diventa un mito nel momento in cui il magistrale personaggio incarnato da Antony Hopkins ci rivela che l’origine del suo carattere rigido e schivo è una paura latente della realtà e di un mondo giudicato come corrotto e anaffettivo.

La cattiveria ci conquista perché ci commuove il dolore che la genera. Ciò che la può curare è un amore capace di abbracciarla, una Presenza capace di perdonarla. Questo tempo non sarà mai attratto dal bene in quanto tale, dal bene-in-sé, ma dal bene che sa redimere il male, dalla Misericordia. È la misericordia la colla che riattacca la nostra affezione al bene e, quindi, la nostra capacità di trasmetterlo.

Genitori che non si fanno abbracciare sul serio, che non si fanno perdonare da nessuno, trasmettono una coscienza “fredda” delle cose, piena di buoni principi ma povera di vita. Quella coscienza che oggi porta a decapitare le statuette del presepe nel vercellese, ma che domani può portare al disprezzo di tutto, anche della propria stessa vita.

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