BEETHOVEN/ I quartetti per archi tornano in scena a Roma

- Giuseppe Pennisi

L’Accademia Filarmonica Romana ha deciso presentantr, al Teatro Argentina, una selezione dei quartetti per archi di Beethoven

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Belcea Quartet Photo: Marco Borggreve

L’Accademia Filarmonica Romana ha deciso di celebrare i 250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven presentando, al Teatro Argentina, una selezione dei suoi quartetti per archi affidata a complessi internazionali di grande livello. La serie di quattro concerti è iniziata il 5 dicembre, con il Quartetto Pavel Haas e prosegue sino al 26 marzo, quando termina con il Quartetto Hagen. Non ho potuto assistere al primo concerto, ma il 6 febbraio ho letteralmente goduto il secondo concerto, affidato al Quartetto Belcea, che ha come sua base Berlino.

La scelta dell’Accademia Filarmonica Romana è di grande acume perché il Beethoven più avvenirista e, quindi, più moderno si ha probabilmente negli ultimi cinque quartetti per archi (e nella Grosse Fuge) composti negli anni in cui l’autore era molto malato e aveva complicati problemi di famiglia. Per questo, anche se i quartetti in genere non sono le composizioni più note, e più “popolari” del compositore, è utile iniziare dai quartetti questa esplorazione della sua modernità.

Un contributo importante da mettere in evidenza la modernità dei quartetti è stato dato dall’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici che ha presentato dall’1 al 15 febbraio 2014 la quinta edizione di Controtempo, un festival, riconosciuto a livello internazionale e purtroppo dismesso nel 2017 (da allora un festival con le stesso nome si svolge annualmente a Strasburgo e sembra che l’Accademia di Francia a Roma abbia l’intenzione di iniziare un nuovo festival annuale di musica contemporanea).

Una caratteristica di Contre-temps (anche nelle edizioni ora a Strasburgo) è l’esplorazione delle ultime tendenze della musica contemporanea effettuando incursioni in un passato che viene riattualizzato. Nel 2014, protagonista assoluto del festival è stato il quartetto d’archi, vero e proprio “laboratorio” per la creazione musicale con cui si sono confrontati i più grandi compositori: Haydn, Beethoven, Schönberg, Debussy e ancora Lachenmann e Boulez. Sotto la direzione artistica di Yann Robin, il festival ha proposto otto concerti eccezionali in cui si sono esibiti il Quartetto Tana, il Quartetto Quixote, il Quartetto Béla, il Quartetto Diotima, il Quartetto Arditti e i solisti Donatienne Michel-Dansac (soprano), Garth Knox (viola) e Alain Billard (clarinetto). Il programma ha offerto al pubblico l’opportunità di ascoltare i quartetti di compositori contemporanei ma anche quelli di Beethoven e di Schönberg. I concerti sono stati tenuti nel Grand Salon di Villa Medici, alla Sala Casella dell’Accademia Filarmonica Romana e all’Auditorium del Parco della Musica. I concerti sono stati accompagnati da incontri con i compositori e i musicisti invitati.

Nel 2014, il Quartetto Diotima, in particolare, ha presentato un ciclo di quattro concerti con quattro dei cinque ultimi quartetti per archi di Beethoven più la Grosse Fuge, i quattro quartetti di Schönberg e il Livre pour Quatuor di Boulez diviso in quattro puntate. L’accostamento tra i suoi quartetti e gli ultimi beethoveniani l’aveva già proposto una prima volta a Los Angeles lo stesso Schönberg nel 1937.

A Boulez viene accostato, più che giustapposto, l’ultimo Beethoven, quello avanzatissimo, fuori da tutte le scuole, anticipatore perché in disarmonia col suo tempo. Nell’Ottocento, forse unicamente Wagner ne comprese la grandezza e la modernità. Nel Novecento a scoprirla fu Béla Bartók i cui quartetti sono caratterizzati da una liberissima invenzione di forme ed interiorità espressiva. Il Beethoven del 1822-27, l’ultimo lustro della sua vita, divenne, poi, quasi modello non solo per i quartetti di Schönberg e di Alban Berg, ma anche di Paul Hindemith e, poi, dello stesso Boulez. In Italia, furono certamente compresi a pieno nella loro carica innovativa da Goffredo Petrassi che ne riprese, ad esempio, la sospensione timbrica facendola diventare una caratteristica della propria musica da camera.

Il Quartetto Belcea ha giustapposto due quartetti. Il primo – il quartetto n.7 in fa maggiore op. 59 – appartiene alla serie commissionati a Beethoven nel 1822-23 da un alto aristocratico russo, il conte Andrei Kyrillovic Razumowsky, a lungo ambasciatore di Pietroburgo alla corte degli Asburgo. Nel 1822-23 uno scambio di lettere formalizzò una commissione piuttosto flessibile per «uno, due o tre quartetti» con un onorario di cinquanta ducati a quartetto. Il secondo – il quartetto n. 12 in mi bemolle maggiore op.127- appartiene all’ultima, e più avanzata, fatica creativa di Beethoven offerta da una commissione di un ricchissimo principe russo, Nikolaus Boris Galitzin, che era musicista dilettante ed era a conoscenza dei quartetti composti una decina di anni prima su commissione di Preso dalla foga compositiva, e dall’esplorazione di nuovi percorsi mai studiati (né da lui né da altri), ne compose cinque e da uno estrasse la Grosse Fuge, presentata, nei concerti della Filarmonica Romana al concerto del 5 dicembre dal Quartetto Pavel Haas.

In effetti il quartetto n. 12 in mi bemolle maggiore può essere considerato come il primo dell’ultimo ciclo di cinque ultimi quartetti. È quello più uniforme; è luminoso e denso di richiami a Mozart e anche a Haydn. La carica innovativa è nel secondo movimento, l’«adagio ma non troppo e molto cantabile» caratterizzato da ben cinque variazioni. Il Quartetto Belcea ne ha messo brillantemente in rilievo la luminosità ed il distaccarsi dei rigori formali nel secondo movimento.

Il quartetto n. 7 in fa maggiore dedicato al Conte Razumowsky è il primo di quelli commissionati dall’aristocratico russo. Appartiene alla seconda maniera beethoveniana. Il Quartetto Belcea ne sottolinea la novità sin dall’«allegro» iniziale con il primo tema esposto dal violoncello sull’accompagnamento vigoroso degli altri strumenti. Ormai Beethoven non si sente più vincolato agli schemi settecenteschi e la stessa melodia cammina con passo sciolto, quasi a tempo di marcia, come chi vada incontro all’avvenire con fiducia. Il secondo tema non ha un carattere dialettico, ma sembra evaporare verso l’alto nei trilli dei due violini, preceduti da armonie per quinte, terze e seste, simili ad una fanfara di corni. Non manca un rigoroso episodio contrappuntistico, che ricollegandosi ad elementi del primo tema prepara l’entrata della ripresa. Il culmine del quartetto è l’«Adagio molto e mesto». Il Quartetto Belcea mostra che è un vero colpo d’ala d’inventiva

Grande successo: applausi e ovazioni.

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