Bertolucci: “Io e Panatta pensavamo troppo alle donne”/ “Così una volta l’ho fregato”

- Josephine Carinci

Paolo Bertolucci, ex tennista e grande amico di Adriano Panatta, racconta i loro trascorsi in campo e fuori. Dalle donne a…

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Paolo Bertolucci e Adriano Panatta (Foto: web)
Pochi giorni fa, Adriano Panatta ha lanciato un sondaggio su cosa regalare a Paolo Bertolucci. “Maxi confezione di Amplifon, dieci scatole di Postamol o salvavita Beghelli” erano le opinioni sul regalo. La replica non si è fatta attendere: “Caro Adriano, il tentativo di riciclare i regali ricevuti per il proprio compleanno è un gesto misero, squallido e sordido”. I due, amici dai primi anni Sessanta, racconta a Il Fatto Quotidiano: “Ci siamo conosciuti a Formia e Adriano mi stava pure sulle palle”. Poi carriere parallele, amicizie in comune e la storica e celebrata vittoria in Coppa Davis del 1976 in Cile.

Il commentatore tv, che compie 71 anni, si racconta così: “È una storia che parte veramente da lontano, da quando avevamo undici o dodici anni, entrambi iscritti al Torneo di Cesenatico. Per me era un pariolino famoso. Allora l’ambiente tennistico era ristretto e polarizzato su Roma e Milano; quelli forti si conoscevano e già circolava il nome di Panatta e lui si presentava con una piccola corte. Accompagnato solo da una zia totalmente digiuna di tennis; i miei restavano al Forte, dovevano lavorare e l’estate non si muovevano mai”.

La carriera condivisa con Panatta

“Avevamo un circolo con cinque campi e un bar nella zona più chic. Babbo insegnava, mamma si occupava del resto: da noi venivano tutti i commenta del tempo, tutti i grandi imprenditori. Sono cresciuto in mezzo agli Agnelli, i Moratti, i Bialetti. Di giorno stavano da noi, poi la sera avevano il tavolo in Capannina” ha raccontato a Il Fatto Quotidiano Bertolucci. Il suo ruolo? “Annaffiavo le piante, raccoglievo le palline e quando c’erano i doppi e qualcuno era in ritardo, funzionavo da tappabuchi. Ma a 13 anni sono andato via di casa, accettato dal Centro Federale di tennis di Formia”. Dopo l’inizio della carriera, Paolo Bertolucci ha vissuto anche a Roma: “Sono stato lì 8 anni con Adriano: giravamo per tre o quattro settimane all’estero, poi tornavamo, sentivamo i messaggi in segreteria telefonica e lì iniziava il divertimento. Abitavamo in un palazzo dove al piano di sopra c’era Giorgio Chinaglia, poi Boncompagni e Arbone. Paparazzati? Io no, tanto stavo dietro ad Adriano e alle varie Loredana Berté o Serena Grandi”.

Le donne, alla coppia del tennis, non sono mancate, tanto che per alcuni pensavano più all’amore che al tennis: “Il fatto di girare il mondo ti porta a rendere conto solo a te stesso, a pagare in prima persona. Ed è complicato trovare gli stimoli per alzarsi alle 8 del mattino e allenarsi”. Nonostante Panatta avesse più successo, Paolo Bertolucci ricorda di averlo fregato una volta: “Eravamo a Parigi, serata in un ristorante dove c’era anche musica. Al tavolo quattro maschi, compresi noi due, e dieci modelle internazionali. Donne bellissime. Assurde. A metà serata una di loro, un’eritrea, sale prima sulla sedia e poi proprio sulla tavola. Inizia a ballare tra bicchieri e piatti. Noi estasiati. Poi guarda me e Adriano, si piega, viene da me e sussurra: “Questa notte avrò cura di te”. Incredulo guardo Adriano. Che mi dice: “Cazzo, il mondo si è proprio rovesciato”. 







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