BIANCA/ La profezia di Moretti sulla società della superficie

- Sofia Boccetti

Sono trascorsi 35 anni dall’uscita del quarto film di Nanni Moretti, uno dei suoi più riusciti e anche più profetici sulla società attuale

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Usciva nel 1984 il quarto lungometraggio di Nanni Moretti Bianca, preceduto da Io sono un autarchico del 1976, Ecce bombo del 1978 e Sogni d’oro del 1981. Sono trascorsi ben 35 anni da allora, eppure guardando questa pellicola non riusciamo a non trovare ancora attuali le tematiche affrontate. La trama è apparentemente semplice: Michele Apicella, professore di matematica, assume un incarico al liceo “Marilyn Monroe”, un istituto dove al posto della foto del presidente della Repubblica c’è quella di Dino Zoff, dove gli alunni sono estremamente colti, mentre i professori necessitano del supporto di uno psicologo (interpretato dal padre di Moretti) e di un’aula di svago con pista di automobiline, slot machine, flipper e juke-box. Viene quindi assunta un’insegnante di francese, la bella Bianca (Laura Morante), con cui Apicella inizia un corteggiamento per una relazione che poi troncherà egli stesso. Fuori da scuola vediamo le storie di vicini e amici di Michele e una serie di delitti, il cui responsabile confesserà una sofferenza così reale e profonda, da dire ai poliziotti che lo arrestano: “È triste morire senza figli”. Quando tutto è solitudine e disagio, ha senso agire secondo ragione o secondo istinto impulsivo? Questo il dramma dell’assassino e lo sgomento dello spettatore.

Il protagonista è questo Michele Apicella, con lo stesso cognome della madre di Moretti e che già compare nei lungometraggi precedenti, definito da diversi critici cinematografici un alter-ego del regista: uomo puntiglioso, maniaco dell’igiene e dell’ordine, talmente pignolo che scheda in cartelle con tanto di foto i comportamenti di vicini e amici. Nel suo pensiero non c’è spazio per i compromessi di comodo, quindi anche la felicità o è completa o non ha senso. “La felicità è una cosa seria, no? Ecco, allora: se c’è, dev’essere assoluta”, asserisce. Questo suo modo di relazionarsi alla realtà si scontra inevitabilmente con la società che descrive nella pellicola: l’Italia anni Ottanta, dove la politica era avvertita lontana dal quotidiano, la classe intellettuale-colta si stava progressivamente disimpegnando dal suo ruolo di insegnamento di valori e che delle lotte del ’68 aveva tenuto solo l’idea di un libertinaggio di relazioni e il disprezzo per l’onesto lavoro dipendente (si chiederà Apicella con rabbia: “Segretarie, bancari, casalinghe: tutta gente normale, sempre presa in giro perché fa una vita non eccitante… Ma cos’è questo disgusto per la gente che lavora, per il cartellino?”). Proprio nel film il ’68 viene definito come “l’anno di prova della distruzione del mondo”, privato di qualsiasi elemento costruttivo. La conseguenza è un disagio affettivo, un isolamento da una comunità nella quale sembra contare solo la superficialità. Solo la solitudine riesce a essere compagna di Apicella, che ammetterà “Non mi piacciono gli altri”: ma non sono proprio solitudine e disagio personale le radici del Male?

I toni certo possono sembrare portati all’esagerazione, ma non viene forse in mente il disagio sociale attuale, in cui chi è più riservato, chi crede ancora nei valori delle relazioni, nei sentimenti profondi, si trova messo da parte, quando non deriso? Una società in cui i maestri a vari livelli abdicano (per fortuna non tutti, ma comunque tanta parte) dal loro ruolo di aiutare a crescere e di formare persone. È come se Moretti visionario, con un anticipo di decenni, avesse previsto tutto.

Bianca però non è un semplice ammonimento a un futuro di deriva morale. Il regista mescola abilmente nella stessa pellicola moralismo, dramma, commedia brillante, giallo, senza sacrificare nessun genere a discapito di uno solo. Per questo Bianca, nella filmografia di Moretti, risulta essere il film con più scene e battute memorabili, passate alla storia del cinema italiano. È in questa pellicola che compare la scena della Sacher Torte (“Continuiamo così, facciamoci del male”), quella onirica del barattolo di Nutella gigante, la teoria delle scarpe (“Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una concezione del mondo”), l’invito a casa insolito-assurdo (“A casa mia succedono cose strane: le piante io le annaffio ma loro muoiono lo stesso, la frutta marcisce, i muri sembra che avanzino; non è che verresti…?”), la teoria sui dolci alla panna (“Lei non faccia il tunnel! Lei mi sta scavando sotto e mi toglie la panna. La castagna da sola, sopra, non ha senso. Il Montblanc non è come un cannolo alla siciliana, che c’è tutto dentro e come uno zaino lei se lo porta appresso per un mese e sta sicuro: il Montblanc si regge su un equilibrio delicato”), sul macellaio che tiene da parte i pezzi migliori per i clienti di fiducia e per gli altri restano solo i pezzi peggiori, sulle piante incomprensibili (“Cos’è che vuoi? Più sole? Meno sole? Più acqua? Meno acqua? Perché non parli?!”).

Più d’uno e colti sono i riferimenti cinematografici di Moretti: l’osservazione morbosa dei vicini de La finestra sul cortile di Hitchcock, la psicanalisi del paranoide protagonista dei film di Woody Allen, scene riprese dai film di François Truffaut (i riferimenti alle scarpe e il tentativo di convincere una coppia a lasciarsi). La sequenza in cui Apicella legge Proust su una barchetta a Villa Borghese è stata ricondotta da alcuni perfino al Barry Lindon di Kubrick.

Anche la colonna sonora è notevole e sottolinea con precisione l’Italia descritta: “Scalo a Grado” di Battiato, “Il cielo in una stanza” di Paoli, “Dieci ragazze” di Battisti, “Insieme a te non ci sto più” cantata da Caterina Caselli (“…Chi se ne va che male fa…”). Musiche curate da Franco Piersanti, da alcuni detto erede di Ennio Morricone, che curerà anche altri film di Moretti e di registi della taglia di Carlo Mazzacurati, Daniele Luchetti e Paolo Virzì.

Chi ritiene Bianca uno dei migliori lavori del grande regista Nanni Moretti non sbaglia. Questa è davvero una pellicola che, nonostante gli anni, ci provoca e ci induce a riflettere su noi stessi.

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