BOMBSHELL/ I pregi di un film di denuncia a dispetto della critica

- Emanuele Rauco

Il film di Jay Roach racconta lo scandalo delle molestie sessuali dentro il canale tv Fox e ha dei pregi, nonostante tratti un tema non molto originale

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Una scena del film

Quante volte si può raccontare la stessa storia? Quanti modi diversi di raccontarla esistono prima che diventi obsoleta? Forse ha provato a chiederselo il regista Jay Roach mentre realizzava Bombshell, film che racconta lo scandalo delle molestie sessuali dentro il canale tv Fox dopo che lo aveva fatto la miniserie “The Loudest Voice” (disponibile su Sky On Demand) e il documentario Divide and Conquer.

Il film di Roach, scritto da Charles Randolph e distribuito direttamente su Prime Video a causa dell’emergenza sanitaria, sceglie di concentrarsi sullo scandalo propriamente detto, più che sulla vita del Ceo di Fox Roger Ailes (John Lithgow) e in particolare su tre donne coinvolte nello scandalo: Megyn Kelly (Charlize Theron), uno dei volti di punta di Fox News, Gretchen Carlson (Nicole Kidman), colei che fece nascere il caso denunciando le molestie di Ailes, e Kayla Pospisil, ultima arrivata e determinata a fare carriera.

Attraverso una modalità che da La grande scommessa in poi è diventata uno standard, il film si rivolge direttamente allo spettatore coinvolgendolo nel racconto e mescolando la ricostruzione cinematografica con estratti di tipo giornalistico, con il repertorio, con la realtà per raccontargli il maschilismo strisciante e diffuso di una società e dei suoi media; Roach, infatti, non si limita a ritrarre l’uso di pregiudizi sessisti nel mondo del lavoro, l’uso del potere dentro le politiche aziendali, ma parte da questi per ritrarre l’intera emittente, voce dell’ala destra del partito repubblicano e in prima linea nella costruzione di notizie false o in quello che si dice “avvelenare i pozzi” (“Spaventa e solletica” è il motto della redazione).

Bombshell ha un certo coraggio nel raccontare il mondo dell’informazione dalla parte dei “cattivi”, di chi ha contribuito nel peggiore dei modi all’elezione di Trump, ritraendoli in modo satirico certo, ma anche dando dignità alle scelte personali e professionali delle donne che vi hanno lavorato (in questo senso, alcune manipolazioni alla realtà hanno fatto arrabbiare parte dell’opinione pubblica americana). Soprattutto, il film riesce a scavare bene dentro il suo racconto e a far emergere temi e sfumature un po’ più ampi come il rapporto tra il potere e le donne, come esse vivano dentro e reagiscano a certi meccanismi del potere.

Il pregio del film è la chiarezza dei suoi intenti e la capacità di non farne una didascalia grazie al ritmo acceso a un passo dalla frenesia, al gioco di attori favoloso (sebbene il trucco sembra un po’ eccessivo), lo stile che segue bene le derive del giornalismo tv che sta raccontando e un crescendo crepuscolare originale, quasi in anti-climax.

In termini di ricezione critica, forse Bombshell ha pagato la sua adesione ideale al manifesto Me Too e la non originalità delle sue premesse narrative, ma è un film chiaro e onesto nelle sue intenzioni ed efficace nelle scelte cinematografiche. Più di così a un film di denuncia risulta difficile chiedere.



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