BORSA & FINANZA/ Inflazione, la scusa per i cali dei mercati smontata dai numeri

- Stefano Masa

Gli ultimi cali dei mercati Usa vengono attribuiti al rischio inflazione. Ma i numeri sembrano smentire questa sorta di narrazione

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L’atteso dato relativo all’inflazione Usa è arrivato: i dati pubblicati dal Bureau of Labor Statistics hanno riportato ad aprile un +4,2% ovvero un significativo incremento rispetto al precedente valore di marzo (+2,6%). Nonostante la variazione percentuale sia la più consistente dal 2008, i mercati azionari hanno reagito diversamente alla diffusa notizia: le principali piazze del Vecchio continente hanno chiuso in positivo poco sopra la parità, mentre oltreoceano i principali indici statunitensi capitolano in territorio negativo. 

Nel corso degli ultimi giorni, ai recenti e isolati ribassi accusati dalle Borse si è per lo più associato il “timore” di vedere una repentina risalita dell’inflazione (soprattutto in Usa) e oggi tale considerazione sembra possa sostenere (nuovamente) la motivazione alla base di questa debacle degli stessi mercati. Purtroppo, per chi scrive, tale supposta spiegazione non trova oggettivo riscontro nei numeri degli ultimi 70 anni. 

Prima di poter dimostrare (con i numeri) tale assunto è opportuno riprendere due concetti strettamente correlati ed appartenenti al medesimo contendere: la definizione di inflazione e il significato di stabilità dei prezzi. Per la prima, consultando il sito internet della Bce (vers. italiano) si legge: «Nelle economie di mercato i prezzi di beni e servizi possono subire variazioni in qualsiasi momento: alcuni aumentano, altri diminuiscono. Si parla di inflazione quando si registra un rincaro di ampia portata, che non si limita a singole voci di spesa. In seguito a tale fenomeno un’unità di moneta (1 euro) consente di acquistare una minore quantità di beni e servizi; in altre parole, il valore reale dell’unità di moneta risulta inferiore rispetto al passato». 

Per quanto concerne la cosiddetta stabilità dei prezzi, invece, ci viene in aiuto il sito internet di Bankitalia: «Per stabilità dei prezzi si intende un’inflazione “bassa”, ossia tassi di variazione dei prezzi al consumo molto contenuti. Il mantenimento della stabilità dei prezzi è l’obiettivo primario delle banche centrali dell’area dell’euro (Eurosistema); esso costituisce una finalità di fondamentale importanza anche per le altre principali banche centrali. La definizione pratica di stabilità dei prezzi varia nei diversi contesti istituzionali».

Preso atto dei due principali significati, la sintesi alla base del temuto incremento dell’inflazione, risiede sostanzialmente in una mancata (e opportuna) gestione della stabilità dei prezzi nel corso di questi ultimi mesi (o anni a detta di alcuni). La “mala gestio” – soprattutto correlata all’aumento del prezzo della materie prime – ha comportato un verticale incremento dell’inflazione che, a sua volta, andrà a impattare sui consumi principali della popolazione (nella fattispecie Usa e a tendere anche su base europea). Ecco, volutamente semplificato, il motivo di questo malessere di fondo dei mercati finanziari. 

Purtroppo, come già dichiarato, si ritiene che la verità sia un’altra mentre quella finora riportata, letta, e ascoltata, possa solo rappresentare una “semplice” falsa dicotomia. In nostro aiuto, come sovente avviene, i soli numeri possono individuare il vero e oggettivo punto di arrivo.

Prendendo come riferimento il principale indice azionario statunitense (rif. S&P 500) e il Consumer price index (ossia la sintesi dei prezzi al dettaglio) del Bureau of Labor Statistics, si possono riscontrare numerose differenze tra l’andamento delle performance annuali del listino Usa rispetto all’ammontare dello stesso indice CPI. Di fatto, ordinando i valori di quest’ultimo in modo decrescente (dal 12,5% del 1979 fino al -0,2% del 1954), è facilmente osservabile come non ci sia una “regola fissa” nel poter dimostrare che a un incremento (anche significativo) dell’inflazione possa corrispondere una discesa delle quotazioni azionarie. Detto questo, nulla toglie che, focalizzando l’attenzione ai soli valori di CPI più elevati (quelli contraddistinti da due cifre prima della virgole) appare inconfutabile come solo in occasione dell’anno 1974 si sia registrato un saldo negativo borsistico (-29,72%) rispetto a un CPI pari all’11,5%. All’opposto, invece, nel biennio 79-80 i prezzi azionari hanno poi concluso i rispettivi anni con un incremento del 12,31% (1979) e del 25,77% (1980) nonostante valori gli elevati valori di CPI.

Il livello finora raggiunto dai mercati azionari è elevato e tale pensiero è pressoché univoco tra gli addetti ai lavori. Giustificare i recenti ribassi con il mero dato sull’inflazione (reale o attesa poco cambia) lascia qualche dubbio a chi con i numeri ci lavora. In questa situazione, è paradossale affermarlo, ma purtroppo è proprio così: i numeri non tornano. 

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