BREXIT/ L’allarme torna per i mercati (e per l’Ue)

- Paolo Annoni

I mercati pensano che la probabilità di una hard Brexit o di una fase negoziale più turbolenta siano maggiori di qualche settimana fa

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In attesa della Fed i mercati mostrano segni di nervosismo abbastanza evidenti. Non sarà sfuggita agli osservatori più attenti una notizia riportata da Bloomberg ieri che segnalava il maggiore incremento dal 2017 dei depositi presso la Banca centrale svizzera, suggerendo un intervento per calmare la corsa del franco verso l’euro. Non male nella calma apparente delle ultime settimane.

A disturbare i mercati negli ultimi giorni è tornata prepotente la sempiterna vicenda Brexit. La sterlina ha toccato i minimi contro il dollaro e la spiegazione può essere solo una. A torto o a ragione i mercati pensano che la probabilità di una hard Brexit o di una fase negoziale più turbolenta siano maggiori di quelle di qualche settimana fa. Ci rendiamo conto che questa sia una valutazione relativa e non assoluta, ma purtroppo le certezze assolute su esiti politici di questi tempi sono merce rara. Per il mercato è sufficiente leggere le ultime vicende politiche inglesi con la nomina di Boris Johnson alla guida del partito conservatore e le visite in Scozia.

I “mercati” alla fine sono sempre più lucidi di quanto appaia. Colpisce, per esempio, quanto sia ormai puntuale la conseguenza delle preoccupazioni sulla Brexit sui listini europei e in particolare su quello italiano. Cosa possa essere la Brexit per l’”Europa”, soprattutto in questa fase, diventa sempre più chiaro. Negli ultimi giorni gli indici sullo stato di salute di alcune principali economie europee hanno dato ulteriori elementi di preoccupazione. Prendiamo il caso della Germania, che probabilmente solo per “miracolo” o “cortesia” non si è trovata ultima nell’ultima classifica sul Pil europeo.

Pensiamo cosa possa implicare nello stato attuale, con la guerra commerciale, una Brexit che metterebbe la Germania in difficoltà con il suo quinto mercato globale per esportazioni. Il primo rimane quello americano ovviamente. La maggiore forza contrattuale dell’Unione europea è un mito da bollettino di guerra. La Gran Bretagna si prepara andando a visitare la Scozia dimostrando quanta sia lucida questa nazione che da tre anni viene dipinta come allo sbando rispetto, per esempio, all’Unione europea. Le conseguenze politiche e di ordine interno evidentemente sono ben comprese.

L’Europa a guida tedesca si presenta a questo appuntamento con l’economia accerchiata dal rallentamento globale, mezzo continente distrutto dall’austerity passata e minacciato da quella attuale, e una Bce che non può tutto e non riesce a consegnare “fatti” sufficienti. La sconfitta nella battaglia contro la deflazione non è estranea alle difficolta di Deutsche Bank e al resto delle banche europee. Ma non si può “appaltare” a una banca centrale la gestione di questa fase senza una politica lucida alle spalle.

Quello che dovrebbe fare l’Europa e la Germania si trova in analisi che ormai si ripetono sui “media mainstream” fino alla nausea: fine dell’austerity e dei deficit al lumicino, politiche fiscali espansive, investimenti e soprattutto riequilibrio dei rapporti interni all’Europa sbilanciati da squilibri commerciali che giustamente erano stati ritenuti pericolosi e “sbagliati” da chi ha costruito l’Europa. Invece nulla cambia mentre intorno tutto cambia. Forse alla fine si supereranno le resistenze che impediscono che l’Europa cambi. Speriamo per tempo.

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