ESCLUSIVA TORINO NOVARA/ Jimmy Fontana: Una vita al Toro, oro paro per il miracolo Novara

- Luciano Zanardini

ALBERTO FONTANA, sette anni di Toro si appresta a vivere il derby con indosso la maglia del Novara. I ricordi, la passione per il calcio e il futuro “dell’unico italiano che fa da badante a un albanese…”

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In un derby piemontese d’altri tempi Torino e Novara si affrontano. E pensare che all’inizio del campionato in pochi avrebbero scommesso sul Novara in testa alla classifica di serie B. In pochi avrebbero scommesso anche sulla posizione deficitaria del Torino. Il rettangolo di gioco da sempre regala molte sorprese. Lo sa bene Alberto Maria Fontana in arte Jimmy. Quando nel 2009 ha salutato il Toro non pensava, solo un anno dopo, di poterlo incontrare in campionato: da una parte c’è stata la promozione dalla Lega Pro Prima Divisione alla B, dall’altra è mancato il passaggio nella massima serie. Per Fontana dire Toro significa ripercorrere sette anni tra gioie e dolori. Per Fontana dire Toro significa riportare indietro le lancette dell’orologio alla passione giovanile (poi trasmessa ai due figli) della maglia granata: «Inevitabilmente è una partita che genera emozione. Al Toro, nella squadra della mia città e per la quale tifo, ho trascorso – spiega Alberto in questa intervista concessa in esclusiva a ilsussidiario.net – sette anni importanti per la mia crescita professionale. Io per tutti sono Jimmy Fontana del Toro». Un periodo lungo, che, anche se «avaro di soddisfazioni sul campo», gli ha permesso di accumulare tanti ricordi. La mente corre alla giornata più bella, cioè alla parata al 90° minuto sul 2 a 1 contro il Catania che vale la salvezza, ma anche alla faccia triste dello sport ovvero il fallimento nel 2005 di un club prestigioso come il Torino. Jimmy, 36 anni il prossimo 2 dicembre, ha alle spalle – principalmente nelle vesti di secondo portiere – una lunga carriera su e giù per lo Stivale. Da sempre, fin da piccolo, il suo compito è stato quello di impedire agli altri di segnare. Come? Con un paio di guanti e senza la paura di tuffarsi. Il portiere è l’unico che, a meno di infortuni o papere colossali, non viene quasi mai sostituito. In alcuni casi il portiere di riserva viene impiegato solo nelle gare di Coppa. Non è facile, quindi, farsi trovare pronti e, soprattutto, mantenere la giusta concentrazione: non dimentichiamoci che un suo errore è sempre più pesante di quello sottoporta di un attaccante. 

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Nel 2009 Fontana ha scelto il progetto del Novara, mettendosi a disposizione dell’allenatore. Di lui mister Attilio Tesser ha elogiato la capacità di sposare gli interessi personali con quelli del gruppo. Ha sempre avuto dei buoni rapporti con i colleghi di reparto e in alcuni casi è nata anche un’amicizia come con l’estremo difensore albanese Samir Ujkani: «Sono l’unico italiano che fa da badante a un albanese… Samir è giovane e in giro non vedo, alla sua età, portieri più forti». Il segreto del Novara di oggi? Si chiama «continuità». Merito della «forza di gruppo» e soprattutto della società che, dopo «il grosso investimento nel 2009, nell’estate 2010 ha respinto le richieste per i giocatori più rappresentativi. Secondo me non c’è differenza tra Lega Pro e serie B». Se il Novara viaggia spedito, lo stesso discorso non si può dire del Torino. Fontana preferisce non si sbilanciarsi, ma ha chiara la premessa dalla quale partire: «Quello che si fa a Novara, non si può riproporre a Torino dove l’ambiente è più difficile e tanti rischiano di perdersi». A 36 anni non è scontato avere sempre voglia di giocare, ma le motivazioni bisogna anche saperle scovare nel quotidiano. «A me piace allenarmi e vincere le partite d’allenamento: così trovo gli stimoli per rimanere vivo. Ho visto giocatori che a trent’anni hanno la pancia piena e la sindrome da prepensionamento». La serenità dentro e fuori dal campo è frutto anche della famiglia («ho conosciuto mia moglie prima di incominciare a giocare e sono sicuro che il nostro rapporto non sia stato inficiato da altro») e della fede, anche se l’ambiente del calcio, nonostante «i segni di croce che si vedono prima di ogni partita», non è proprio così vicino. Non solo calcio agonistico, non solo sport. Mantiene aperta una finestra sul mondo, perché da grande non pensa di fare l’allenatore o il preparatore dei portieri. Ecco allora che ha ideato un marchio di vestiti, ha aperto un bar e ha fatto nascere una scuola calcio per portieri: «Quando smetterò, resterà la mia parte di campo».

 

(Luciano Zanardini)

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