SERIE A/ Rossettini si racconta: che gioia il primo gol, vivo il calcio come un regalo (esclusiva)

Il difensore del Siena è uno dei volti nuovi del nostro campionato: intervistato in esclusiva ha parlato di sè come calciatore e come uomo, svelando valori e ambizioni personali

01.03.2012 - int. Luca Rossettini
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Luca Rossettini, 26 anni, difensore centrale del Siena (INFOPHOTO)

Luca Rossettini è uno dei difensori emergenti del nostro campionato di Serie A. Dopo aver debuttato in Serie B con la maglia del Padova, città in cui nacque nel Maggio del 1985, è stato acquistato dal Siena, che ne ha fatto una colonna della difesa. La stagione scorsa, sotto la guida di Antonio Conte, Rossettini ha conquistato un posto fisso nella retroguardia senese; oggi costituisce, assieme al compagno Claudio Terzi, una delle coppie centrali più affiatate del campionato. La scalata del 26enne sembra solo all’inizio, e giusto Domenica scorsa, alla novantottesima presenza in maglia bianconera, è arrivato il primo, storico gol, nel poker casalingo rifilato al Palermo. Per conoscerlo meglio, e a maggior ragione dopo le recenti luci della ribalta, ilSussidiario.net ha dunque intervistato Luca Rossettini, indagandolo come ragazzo oltre che come calciatore.

Cosa hai provato dopo il primo gol in Serie A?

Un po’ d’incredulità, perché c’avevo provato tante volte, c’ero andato anche vicino. Col Palermo è stato un po’ troppo facile, per cui pensavo di essere in fuorigioco, credevo fosse stato annullato. Poi quando ho realizzato mi son un po’ commosso, perché era una cosa che cercavo da tempo, e per poterla dedicare alla moglie e al bambino.

Tocchiamo subito il tema della famiglia, dunque: che significato ha per te?

Beh…ha l’importanza massima nel senso che nel momento in cui uno decide di sposarsi, di far partecipe della propria vita un’altra persona, e condivide tutto con lei, la famiglia diventa la cosa più vicina che c’è. Il resto poi, le gioie, le fatiche, i dolori, si condividono tutte con quest’altra persona. E’ comunque difficile dare una definizione d’importanza della famiglia.

Passando alla squadra: il Siena sembra un gruppo molto unito. Cos’è per te lo spirito di squadra?

Il gruppo è una cosa di cui si parla tanto e di cui non ci sono tanto le giuste conoscenze. Tante volte si dice “gruppo” quando una squadra va bene, non ci sonno grossi problemi nello spogliatoio…In realtà noi abbiamo la fortuna di essere tanti bravi ragazzi, e anche l’anno scorso nei momenti di difficoltà ci siamo stretti tutti intorno, abbiamo trovato le soluzioni per risolvere i problemi, mettendo sempre al primo posto quello che era il bene di tutti, cioè l’obiettivo della stagione, e siamo riusciti a raggiungerlo.

Pensi che nel calcio ci sia spazio per vere amicizie? O si resta “solo” colleghi?

Penso sia difficilissimo, perché comunque ognuno ha i propri obiettivi, le proprie ambizioni, e a volte in una squadra di calcio non tutti sono messi nelle condizioni di poterle raggiungere, perché qualcuno sta fuori, se la rosa è ampia qualcuno va in tribuna e chiaramente non può essere contento. 

Da questo punto di vista, al Siena che aria tira?

Noi abbiamo la fortuna di essere ragazzi intelligenti, che nel lavoro settimanale durante l’allenamento ci mettono tutta la professionalità, la voglia che hanno di far bene. Questo fa sì che la squadra possa lavorare al meglio e sia messa nelle condizioni ideali per raggiungere l’obiettivo che ha.

Che rapporto hai con mister Sannino?

Il rapporto si crea col tempo. Il mister ha tantissima voglia di fare, ha l’entusiasmo direi di un bambino per il pallone, per il calcio. Il rapporto è quello di un allenatore che ti vuole insegnare a giocare, che ti insegna le cose, che pretende il massimo e trasmette l’entusiasmo per questo gioco bellissimo.

 

Prima accennavi ai difficili momenti di squadra. A livello personale invece: in Serie A è facile il saliscendi di critiche, ogni partita si è rimessi in discussione. Come fai ad andare avanti nei momenti negativi?

I momenti difficili uno li deve mettere in conto, a maggior ragione se fa un ruolo rischioso come il difensore. Quello che ho sempre pensato è che dopo una prestazione andata male, dopo un errore o un’altra cosa che non mi aspettavo l’unico modo è mettersi a capofitto nel lavoro. 

 

Che significa?

Cercare di andare a curare i particolari anche insignificanti, che però ti danno la forza di essere pronto su tutto nella prestazione dopo, aver fatto il massimo per poter arrivare alla partita dopo nella miglior condizione, senza tralasciare nulla.

 

Secondo te la religione può essere un aiuto, anche nella tua professione, o deve restarne fuori?

Dipende da uno cosa intende per religione: se è un palliativo, se è qualcosa che ti dà una mano a superare i momenti difficili o le difficoltà, ha ben poco peso secondo me. Per quello che è la mia esperienza e la mia vita, io ho sempre avuto la percezione, anche dall’educazione che ho ricevuto e dagli incontri fatti, che non sono mai solo, che tutto quello che mi è dato è un regalo grandissimo.

 

In che modo questa percezione ti aiuta?

Questo allevia il peso di certe tensioni, di momenti magari difficili da sopportare, che ogni tanto mi chiedo come fa a sopportare chi non vive le cose come le vivo io.

In questo momento quali ambizioni hai, sportive e non?

Sportive? Sicuramente finire quest’annata col raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo preposti, che è la salvezza: questaè l’unica cosa che in questo momento mi interessa. Dal punto di vista personale crescere come persona, e imparare a diventare un bravo papà, un bravo marito, e basta. Perché poi è la vita che ti mette davanti gli obiettivi: uno mano a mano che vive si trova davanti le sfide, le scommesse per quella che è la sua vita.

 

Come marito e padre che momento stai attraversando?

In questo momento stiamo passando un bellissimo periodo. Il bambino cresce, mia moglie sta imparando a fare la mamma in maniera fantastica, poi chi lo sa…si può allargare la famiglia prima o poi.

 

Prendendo spunto dalla “questione Buffon”, che ha animato le polemiche post Milan-Juve. In generale, come rapporti l’onestà al calcio? Si tratta solo di rispettare certe regole o tira in ballo qualcosa dentro l’uomo?

Noi siamo tutti contraddittori, magari predichiamo bene e razzoliamo male, ma questo tutti e in tutti gli ambiti della vita. Penso che il problema sia con quale scopo uno dice delle cose. Io posso anche capire Buffon, che in campo non sarebbe andato a dire all’arbitro se anche avesse visto, perché comunque in quel momento ha come unico obiettivo il fatto che la Juve riesca a vincere. In certi frangenti la tensione, lo spirito agonistico ti portano a fare delle cose che a mente fredda uno non farebbe mai. 

 

Non ritieni eccessivo il rimbombo mediatico che una dichiarazione del genere ha suscitato?

Siamo portati un po’ tutti all’eccesso e all’esasperazione in certi momenti. Per cui penso che non si deva giudicare una persona da quello che ha fatto o che detto in campo o in un frangente particolare.

 

L’educazione che una persona riceve è decisiva per la persona che diventerà? O si può cambiare?

Direi l’uno e l’altro. Dipende, ti faccio un esempio: io son cresciuto in una famiglia cattolica, praticante, ho fatto incerto tipo di percorso. Mia moglie per dire ne ha fatto un altro, ha fatto un altro tipo di esperienze. Però ci siamo trovati insieme a incontrarci nella vita, e a far lo stesso topo di strada. La risposta sarebbe un si e no: dipende da che persona sei, e se, come diceva una mia carissima amica, ami più la verità di te stesso.

 

Rossettini, grazie di tutto, e mi raccomando, continua così che ci dai bonus al fantacalcio!

Va bene, allora intanto dì ai tuoi colleghi che non ci massacrino troppo nelle vostre pagelle, che vedo che siete particolarmente severi con noi!

(di Carlo Necchi)

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