SENTENZA MOGGI/ Beccantini: l’atteggiamento della Juventus è incomprensibile (esclusiva)

Moggi era un grande intrallazzatore, la sua banda era la più influente. La Juventus non può scaricarlo così, e non riavrà indietro i due scudetti. Neanche oggi il calcio è al sicuro.

10.11.2011 - int. Roberto Beccantini
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Luciano Moggi (Foto Ansa)

Non si è ancora spento il clamore suscitato dalla sentenza di primo grado del processo a Calciopoli, che ha confermato l’esistenza dell’associazione a delinquere. Per fare un’analisi approfondita della vicenda che ha appassionato e diviso gli italiani, abbiamo contattato il noto giornalista Roberto Beccantini, che ha lavorato a “La Stampa” per 18 anni e ha collaborato pure con “La Gazzetta dello Sport” e “Tuttosport”. Tifoso juventino ma pure critico della Triade, l’abbiamo scelto proprio per avere un giudizio che potesse essere equilibrato; ecco la sua analisi sul sistema-calcio di quegli anni, le responsabilità di Moggi e Giraudo, il ruolo delle altre squadre coinvolte in Calciopoli, ma anche sull’attualità: la Juventus che scarica Moggi, festeggiando per la propria “estraneità”, e il futuro del calcio italiano, attorno a cui girano ancora troppi interessi sporchi. Intervista da non perdere, rilasciata in esclusiva per IlSussidiario.net.

Cos’ha pensato come prima cosa, quando ha sentito della condanna di Moggi e della gran parte degli imputati? E’ stata fatta giustizia?

Mi aspettavo la condanna per frode sportiva, ma non l’associazione a delinquere. Detto ciò, non credo al destino cinico e baro, rispetto la sentenza e attendo le motivazioni.

Moggi era il diavolo, oppure era solo uno che tentava di arrangiarsi – con più cinismo degli altri, magari… – in un mondo di «sciacalli»?

Moggi è sempre stato Moggi anche prima di essere reclutato da Umberto Agnelli. Competente, alla mano, troppo vicino agli arbitri, troppo intrallazzatore: da Napoli a Roma a Torino, versante granata incluso. Nella guerra per bande che è stato il calcio italiano, la sua era di gran lunga la più influente (e, verdetto alla mano, la più corruttrice). Negli anni Novanta comandavano Juventus e Milan, gli Agnelli e Berlusconi, Giraudo, Moggi e Galliani, che però usava il “preservativo” (Meani).
Già il processo sportivo spaccò la coppia, e lasciò proprio la Juve con il cerino in mano. Le raccomando l’ambiguità di Moratti, che combatteva Galliani presidente di Lega salvo ordinare a Facchetti, che mai lo avrebbe votato, di votarlo, e anche la complicità di noi giornalisti: pochi seppero ribellarsi ai poteri forti.

Come giudica le parole di Moggi: “Mica agivo da solo…”? Non c’è una gigantesca incoerenza nel verdetto di Napoli (Moggi condannato – Juventus estranea, senza pagare alcun risarcimento)? Ed è giusto che la Juve sia soddisfatta?

Su questo punto, Moggi ha perfettamente ragione. Sono rimasto sorpreso anch’io dall’incoerenza del verdetto e dallo smarcamento, immediato, della Juventus. Moggi era il direttore generale (per tacere di Antonio Giraudo, amministratore delegato e comunque “esterno” al processo di Napoli): da Franzo Grande Stevens a John Elkann non potevano non conoscere i suoi metodi. Ipocrisia e vigliaccheria allo stato puro. Mi meraviglio di Andrea Agnelli. La Juventus non può e non deve essere soddisfatta: se mai, arrossire per questo vile dietrofront.
E comunque, nella giustizia sportiva vige il criterio della responsabilità oggettiva: gli scudetti restano ventisette. Sarebbe il colmo se una società riuscisse a recuperare due titoli dopo che il suo direttore generale è stato condannato, in primo grado, per associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Non scherziamo.

E le nuove prove? L’Inter meritevole dell’art.6 secondo Palazzi, la prescrizione nerazzurra eccetera: tornerà tutto a galla in appello?

Non conosco le strategie di Moggi e dei suoi avvocati. Dico solo una cosa: Luciano dovrà difendersi per attaccare, e non attaccare per difendersi. Coinvolgere gli altri non significa, necessariamente, uscire immacolati. Credo che fondamentale, in appello, sarà lo scontro sulle schede svizzere: se davvero le usava per proteggere il mercato della Juventus, perché non fa i nomi di coloro che contattava? Cruciale è la credibilità.
Faccio un esempio: Moggi ha sempre straparlato di un pre-contratto firmatogli da Moratti. Nessuna rilevanza penale, ma perché non lo tira fuori dal cassetto? Così facendo, passa per un millantatore, per un bugiardo.

Come andrà negli altri gradi di giudizio? Passeranno ancora anni prima di scrivere la parola fine? E quale sarà secondo lei?

Se l’Appello ed eventualmente la Cassazione dovessero confermare l’associazione a delinquere, andrebbero riscritti i dodici anni di calcio italiano che vanno dal 1994 al 2006. Gli anni della Triade. In caso contrario, torneremo a scannarci e a chiederci perché alcune bande fossero state escluse dal processo di Napoli.

Le altre società (Lazio, Fiorentina, Milan tramite i vari Lotito, Della Valle, Meani) come escono dalla sentenza di Napoli?

Ne escono male, ma gli italiani dimenticano in fretta. Anche perché si cibano di slogan e da Napoli ne hanno avuto uno molto ghiotto: Calciopoli è tornata Moggiopoli.

Il calcio di oggi è pulito? O è solo un po’ meno «sporco»? Può essere questa l’occasione per voltare finalmente pagina e ripartire da nuove regole e nuovi valori?

Non so se il calcio di oggi sia migliore o peggiore, più pulito o più sporco. Servirebbero le intercettazioni per pesare certi errori degli arbitri. Essendo garantista, fino a nastro contrario, li considero semplicemente errori. A naso, mi sembra un calcio tecnicamente più mediocre ma più vivace, nel senso che sono molte le squadre, Napoli in testa, buttatesi a coprire il vuoto lasciato dalla Juventus. Certo, sarebbe l’occasione per voltare pagina, ma come si fa, Scommettopoli non è stata una barzelletta, e la camorra è sempre lì, in agguato. Non si può cambiare l’Italia senza cambiare, prima, gli italiani.
Prenda il rapporto con la giustizia: se non bacia la nostra causa, è sbagliata, corrotta, pilotata e chi più ne ha, più ne metta. Le dimissioni – gesto nobile in sé – sono viste come sinonimo di colpevolezza, di panico, di coglioneria, e così non si dimette mai nessuno, nemmeno Maurizio Beretta, presidente di Lega, dimissionario da una vita. Ci mancano dirigenti capaci di amministrare la “res publica” e non semplicemente la “res loro”. Lei parla di nuove regole e di nuovi valori. Auguri.

 

(a cura di Alessandro Basile e Mauro Mantegazza)

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