CALCUTTA/ “Relax”: quando gli ex giovani vanno in montagna a cercare il senso della vita

- Paolo Vites

A cinque anni di distanza dal suo ultimo disco, il padrino della generazione indie pubblica Relax, il suo nuovo lavoro discografico

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“Se non esistessero i soldi noi due dove saremmo non si farebbe Sanremo forse anche meglio così (…) E dove correre se si può se fossimo scimmie se fossimo due robot (…) Quando finisce il buio noi cosa guarderemo? Fuori al teatro a Sanremo, il mare sospira così”. Che ci vanno a fare in montagna gli ex giovani delle periferie urbane ed esistenziali? Pigliano la piccozza e imboccano la salita, non verso le Dolomiti o il Monte Bianco, ma verso la propria disperazione. Coro, il brano che apre il nuovo disco di Calcutta (nome d’arte di Edoardo D’Erme), Relax, a cinque anni di distanza dal precedente, è geniale. E’ un autentico coro di montagna, solo voci, appunto un “coro”, scritto con Laurent Brancowitz dei Phoenix, che dice di essersi ispirato al Coro della Società degli alpinisti tridentini, è bellissimo, intriso della malinconia tipica dei cori alpini e fa sorridere a sentire un coro alpino con la voce con quel forte accento romanesco di periferia un po’ burina che da sempre caratterizza Calcutta.

È geniale perché per chi è sempre stato considerato una sorta di padrino del cantautore indie malmostoso italiano, andare a ripescare le melodie antiche dei nostri nonni e bisnonni fa quasi tenerezza. Ma soprattutto è un pianto lancinante, pieno di quella desolazione che Calcutta ha sempre cantato. Su in montagna dunque si va a cercare il senso di una esistenza che sembra non averne alcuno, ridendo con disgusto dei miti come Sanremo e quel canto corale sembra suggerire che se da soli non ce la si fa, allora bisogna appoggiarsi a una comunità di amici, di fratelli, di sorelle. Come facevano i nostri vecchi alpini.

Relax è un disco magistrale: Calcutta dimostra di essere uno dei pochi rappresentanti della canzone italiana odierna con capacità nettamente superiori alla (bassissima) media che popola la nostra musica. Pesca, intelligentemente, qua e là (in Tutti, altra desolante ballata di tristezza urbana) si sentono echi di New Trolls e Lucio Battisti. Lo fa con suoni moderni come ha sempre fatto (tanto synth, poche chitarre, elettronica soffusa), nella dance straniante di Controtempo, ma soprattuto scrive belle canzoni, canzoni che a differenza di quello che sentiamo in giro resteranno.

È la risposta adulta, sincera, alla banalità “fluida” dei Maneskin. È il cantante del male dell’ultima generazione, a cui noi vecchi abbiamo lasciato un grande nulla e che si è sempre trincerato dietro frasi apparentemente nonsense che sono diventati i mantra di una generazione.

Alla fine è tutto lì, in quella inquietante foto di copertina del disco: una ragazza distesa sulla poltrona di un odontoiatra con la bocca spalancata mentre lui la opera. Anestetizzata, naturalmente come Calcutta cerca di anestetizzare il suo male di vivere: relax, rilassarsi, tra l’ennesima relazione di coppia fallita, il Covid, il vuoto, la disillusione per qualcosa di mai incontrato.

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