CAOS AFGHANISTAN/ “Erdogan pronto ad approfittarne con i soldi di Usa e Nato”

- int. Paolo Quercia

I talebani hanno approfittato del ritiro Usa con grande rapidità e controllano due terzi dell’Afghanistan. Ma Kabul potrebbe non cadere. Grazie alla Turchia

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In Afghanistan (LaPresse)

I talebani controllano due terzi dell’Afghanistan e hanno saputo sfruttare il ritiro americano con una rapidità che ha spiazzato gli analisti di Washington. L’esercito afghano formato dagli americani si sta dissolvendo e si prevede che la stessa capitale Kabul possa cadere in mano talebana in brevissimo tempo. È vero, gli Stati Uniti hanno fatto molti errori, “incastrando più conflitti uno dentro l’altro e rendendo disfunzionale la gestione politica della guerra”, dice Paolo Quercia, docente di studi strategici nell’Università di Perugia, ma ogni strategia “non può non essere modificata quando dalla realtà provengono segnali così contrari rispetto alla volontà”. Le sue previsioni sono che Kabul non cadrà, grazie all’impegno e al controllo turco. Anzi, un Afghanistan in pezzi, diviso dalle lotte tribali, potrebbe rappresentare “un terreno ideale per la geopolitica di Ankara”.

Pare che a Washington ci sia molta sorpresa per la rapidissima riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani. Forse non ha senso chiedersi se era davvero possibile che questo non avvenisse. È invece possibile che l’amministrazione Usa non abbia capito la guerra fino a questo punto?

Questo lo escluderei. Gli Usa hanno una lunga storia di guerre combattute e hanno ben chiaro cosa poteva accadere in un intervento militare. Tra l’altro parliamo di un conflitto che va avanti da vent’anni, che ha attraversato cinque presidenze Usa ed è stato condotto per due mandati da  G. W. Bush e due da Obama.

Qual è la sua spiegazione?

Propenderei più che altro a pensare che gli Usa hanno puntato ad un livello di ambizione molto superiore rispetto alle reali possibilità strategiche e con il passare degli anni hanno incastrato più conflitti uno dentro l’altro, rendendo disfunzionale la gestione politica della guerra.

Cosa significa, in concreto?

In Afghanistan abbiamo visto varie cose: dalla caccia ai responsabili dell’11 settembre alla guerra globale al terrorismo, allo state building, all’esportazione della democrazia, alla protezione dei diritti dell’uomo, all’emancipazione delle donne, al sostegno all’alleato pachistano e alla gestione delle questione etnico-tribali a cavallo del confine, fino all’intenzione di esercitare una pressione strategica su Iran, Russia e Cina ed ai grandi giochi geopolitici centro-asiatici. Non trascurerei poi la dimensione morale, che spesso viene sottovalutata nelle motivazione del perché gli Usa iniziano e a volte perdono i conflitti.

Dunque troppe guerre per un solo conflitto.

Non solo. Il tutto complicato dal conflitto in Iraq, che ha assorbito una parte ancora più grande delle risorse Usa.

E se guardiamo le cose dalla prospettiva dei talebani?

Al contrario degli Usa, i talebani hanno combattuto per obiettivi estremamente semplici e molto più realistici: cacciare l’invasore straniero e mantenere la loro forma di islam tradizionale.

Questo risultato era scritto?

Ho visitato l’Afghanistan nel 2005, quando si iniziò a tentare di espandere il controllo delle forze alleate della Nato a tutto il territorio del Paese. Dalle impressioni che ricavai mi era sostanzialmente chiaro che sarebbe finita così. Devo dire che sono sorpreso piuttosto di quanto a lungo gli Usa abbiano resistito, tentando di risolvere il conflitto in loro favore prima di avviare il ritiro. 

Quale priorità o incapacità strategica ha indotto gli Usa ad abbandonare completamente il paese?

L’insostenibilità economica ed il costo politico della necessaria presenza militare, che tuttavia non ha consentito di raggiungere nessuno degli ambiziosi ma contraddittori obiettivi posti. Ma anche il cambio di priorità strategiche, con il declino della guerra globale al terrorismo ed il ritorno della competizione tradizionale tra Stati, con la Cina come minaccia principale. Sostanzialmente la scelta è corretta da un punto di vista strategico, anche se contraddice le scelte strategiche del passato.

Dunque Biden ha fatto bene?

La strategia è adattamento continuo alla realtà e non può non essere modificata quando dalla realtà provengono segnali così contrari rispetto alla volontà. Non è l’avanzata dei talebani che è così veloce; probabilmente il controllo del Paese non era quello che credevamo.

Le cito le parole di Biden: “abbiamo speso oltre 1.000 miliardi di dollari in 20 anni. Abbiamo addestrato e dotato, con attrezzature moderne, oltre 300mila forze afgane e ora i leader afgani devono unirsi”. Come commenta? 

Che gli afghani non si uniranno. Che ci aspetta una lunga guerra civile e che il Paese sarà spartito in varie zone di influenza, ma che resterà incontrollabile. E che quelle cifre hanno un senso, possono produrre un risultato, quando vengono spese per sostenere militarmente uno Stato che esiste e sta in piedi perché vi sono sotto di esso i presupposti sociali, storici ed economici. Non è sorprendente che se spesi in uno Stato fallito o in uno che è tutto da costruire possano essere semplicemente granelli di sabbia del deserto.

Secondo alcune stime Kabul potrebbe cadere tra 90 giorni, prima di quanto previsto dagli Usa. Quali saranno le conseguenze geopolitiche del nuovo controllo talebano?

Non sono sicuro che Kabul cadrà. I talebani finiranno per controllare una buona parte del Paese ma alcune delle città principali, tra cui la capitale, rimarranno ancora fuori dal loro controllo. I turchi si sono offerti per mantenere la città fuori dal controllo talebano grazie alla loro presenza militare e al controllo dell’aeroporto.

Ci riusciranno?

Sì. La Turchia ha anche le capacità tattiche, che non hanno gli Usa, di mantenere una presenza residua nel Paese anche quando esso sarà in buona parte in mano ai talebani. Anzi, la dimensione di guerra tribale incrociata con la competizione tra le varie fazioni islamiste per la supremazia nell’islam politico rappresenta un terreno umano ideale per la geopolitica di Ankara. Che però non ha le risorse economiche necessarie. Le chiederà agli Usa e alla Nato.

I talebani hanno un disegno strategico per il paese?

No, non credo che i talebani abbiano una visione strategica che non sia quella dell’espulsioni degli stranieri e del ripristino delle forme di islam tradizionale con cui governare un Paese che non è ancora arrivato al giro di boa della modernità. Il ripristino di un emirato islamico è il loro obiettivo, ma non è un disegno strategico né è scontato che vent’anni dopo la caduta dei talebani si potrà tornare indietro come se nulla fosse.

Altre potenze riusciranno ad approfittare dell’uscita dagli Usa?

Difficile. Anzi le principali potenze della regione devono temere il disimpegno americano e l’instabilità che potrà premere dall’Afghanistan sui loro confini.

(Federico Ferraù) 

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