CAOS LIBANO/ “Costa di più un pieno di benzina che l’iscrizione a scuola”

- int. Camille Eid

Nonostante un nuovo governo atteso a lungo, il Libano si dibatte ancora in una devastante crisi economica. E servono aiuti, che finora non arrivano

libano protesta 4 lapresse1280 640x300
Proteste antigovernative a Beirut (LaPresse)

Ci sono voluti 396 giorni perché il Libano avesse finalmente un nuovo governo, che si prenda la responsabilità di traghettare il paese fuori della devastante crisi economica che lo ha messo in ginocchio, proprio per colpa della classe politica. Il nuovo esecutivo è entrato in carica lo scorso 13 settembre, ma solo in parte risponde alle aspettative necessarie per questo arduo compito, come ci spiega in questa intervista  Camille Eidgiornalista libanese residente in Italia e collaboratore di Avvenire. “Il premier incarico è Njaib Mikati, un miliardario che ha già avuto incarichi di governo in passato, coinvolto in affari economici poco puliti, appartenente a quella nomenklatura che ha trascinato il paese nell’attuale crisi.

Ma è stata l’unica scelta possibile, dato che la classe politica e i partiti hanno fatto blocco per continuare a esprimere loro rappresentanti”. Questo nonostante l’esplicita richiesta francese di un governo di soli tecnici non appartenenti alla classe politica: “Nel nuovo governo ci sono effettivamente alcuni tecnici, ma sono tutti di espressione partitica”. La grande sfida che aspetta adesso questo governo è la difficile trattativa con il Fondo monetario internazionale per ottenere gli aiuti sempre più impellenti.

Come mai un premier ancora appartenente a quella classe politica che il popolo rifiuta e che ha distrutto il paese?

Su Mikati pendono anche dei dossier aperti presso la magistratura, soprattutto due casi che lasciano a bocca aperta. Il motivo della sua scelta è che la classe politica si è coalizzata contro ogni prospettiva di avere un premier fuori da quella classe. Se si fosse scelto un premier slegato dai partiti, il Parlamento non gli avrebbe dato la fiducia. Era successo quando era stato incaricato l’ex ambasciatore in Germania: aveva contro non solo il suo partito, ma anche la sua comunità religiosa di appartenenza, tanto che ha dovuto lasciare dopo solo un mese.

Questo Mikati che personaggio è?

Non è il massimo. Fu coinvolto nello scandalo che diede vita alla prima rivolta popolare, quello dei cellulari, quando aumentò il canone dei telefonini a 500 dollari. L’affare non andò in porto, ma lui si tenne soldi della gente.

In che altro è stato coinvolto?

Si fece prestare soldi dalla Banca Nazionale per comprare centinaia di appartamenti rivenduti a dieci-venti volte tanto. Per legge si può chiedere un solo mutuo, invece lui attraverso sue aziende ha ottenuto centinaia di mutui, privando così famiglie bisognose di questa possibilità.

Il governo ha rispettato la consuetudine di ripartire i ministeri in due parti, dodici ai musulmani e dodici ai cristiani. I ministri sono tecnici come auspicato?

La Francia chiedeva tecnici non indicati dai partiti, questi invece sono sì tecnici, ma indicati proprio dai partiti. Qualcuno a ragione, come un ex ambasciatore agli Esteri e un giudice alla Giustizia, altri invece non centrano niente, sono lì solo per tappare il buco. Inoltre molti ministri sono giudici, il che non rispetta il principio della separazione tra potere giudiziario e potere esecutivo.

Come si stanno comportando? Cosa è stato finora realizzato?

I libanesi danno un periodo di tolleranza di cento giorni prima di giudicare l’operato, ma per questo governo, visto che durerà fino alle elezioni di maggio 2022, il periodo di tolleranza scende a un mese.

E quindi? Cosa dice il popolo?

Non abbiamo visto granché finora. Il lavoro principiale adesso è il negoziato con il Fondo monetario internazionale, ma la delegazione libanese è tutt’altro che composita e unita, non abbiamo idea di come potrà portare a termine un compito così delicato. Non c’è una visione unitaria. Proprio in questi giorni è arrivato l’ambasciatore francese incaricato da Macron di seguire come vanno le cose, prima di fornire gli aiuti promessi. Presto entreremo nel vivo di questi negoziati e vedremo cosa succederà.

La fiducia è scarsa, sembra di capire…

Se l’economia comincia a girare, il governo, nonostante tutti i nei, può conquistare la fiducia popolare, di un popolo che aspetta di sapere come potranno riavere i loro risparmi. Il dollaro era arrivato a quota 23, con la nascita del governo è sceso in pochissime ore a 14, poi è risalito, oggi è a circa 17,5 lire libanesi per ogni dollaro. La gente vuole sapere cosa accadrà dei loro conti correnti bloccati che si cominciano a restituire con il contagocce. Adesso danno 400 dollari al mese, ma devi prenderne altri 400 in lire libanesi al prezzo fissato dalle banche di 12mila. Ma la gente non si fida: chi garantisce che nel giro di due mesi il dollaro non arrivi di nuovo a 50mila? Sono trabocchetti delle banche.

In questo quadro gli Hezbollah come si comportano?

Ci sono due episodi significativi. Uno riguarda l’inchiesta sull’esplosione al porto. Uno dei dirigenti di Hezbollah è andato al Palazzo di giustizia per dire: attenzione, il giudice che guida l’inchiesta intende interrogare membri di Hezbollah. Una sorta di minaccia, cosa che ha scatenato l’ira del popolo. Anche tre deputati ex ministri coinvolti nelle indagini hanno chiesto di fermare l’inchiesta, cosa che è stata rigettata. Ma la dice lunga in merito ai tentativi di insabbiare tutto. 

L’altro episodio?

Riguarda la mancanza di carburante. Hezbollah lo importa dall’Iran con navi che approdano in porti della Siria e poi lo caricano su camion che arrivano in Libano, senza che nessuna autorità intervenga. Insomma, si comportano come uno Stato nello Stato.

In tutto questo il ruolo delle varie Chiese libanesi però è più attivo che mai, giusto?

Grazie all’aiuto della Francia e della Cei, molte scuole religiose hanno potuto tagliare di molto le rette di iscrizione, altre invece hanno dovuto chiudere. Basterebbe poco per aiutare queste famiglie: con soli 330 euro ho potuto aiutarne dieci, con 50 euro si dà l’equivalente di uno stipendio mensile, un milione di lire libanesi, anche se per vivere degnamente lo stipendio dovrebbe arrivare a 7 milioni. Molte famiglie non mandano più i figli a scuola, perché il prezzo della benzina supera quello per l’iscrizione.

Addirittura?

Una tanica di benzina costa 220mila lire, se fai il pieno hai già finito lo stipendio. I tanti libanesi sparsi nel mondo sono pronti ad aiutare le loro famiglie, il problema è che non ci si può fidare di banche e istituzioni. Solo quando dimostreranno di sapersi comportare onestamente, da ogni parte arriveranno aiuti.

(Paolo Vites)

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA