CARIGE, MPS, UNICREDIT/ E le cose bancarie che contano davvero in Italia

- Maurizio Delfino

Sono giorni di notizie importanti questi per le banche italiane, a partire da Carige, passando anche per Unicredit e Mps, partecipata dal Tesoro

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Pochi giorni fa l’Associazione bancaria italiana (Abi) ha festeggiato i suoi primi 100 anni scegliendo la sede della Borsa italiana a Milano per la cerimonia a cui hanno partecipato i massimi vertici istituzionali, Presidente della Repubblica e capo del Governo in primis. Per la verità se qualcuno fosse interessato a indagare meglio cosa accade su quei versanti, queste occasioni non offrono quasi mai alcuno spunto. Nel caso specifico perché l’occasione aveva quel tipo di solennità un po’ salottiera che non si presta a comunicare davvero qualcosa, né tanto meno a dibattere nulla. Ma è in generale così sempre. Quei ruoli, quei luoghi, secondo un protocollo comunicativo e comportamentale non scritto ma fortissimo, vengono intesi così, patinati, generici. Poche cose sempre uguali, a seconda del periodo, anche perché il Paese non è che si muova molto. Quindi in effetti ribadire l’importanza e il valore di alcuni punti (Europa, fare le riforme, dare i segnali giusti per tenere a bada lo spread, ecc.) potrebbe avere un senso. Una sua noiosa onestà.

Le cose che contano vanno spiate, sbirciate, origliate, con tutti i rischi di capire male e senza vedere i legami, il disegno. Se ce n’è uno. Per esempio, in questi giorni più di qualcuno si è allarmato nel vedere un’emissione di un bond Montepaschi con un interesse altissimo, quasi doppio di quello di un anno prima. Interesse alto uguale alto rischio uguale pericolo, dicono gli opuscoli per istruire e mettere in guardia i risparmiatori che non vogliono essere gabbati. In realtà, l’operazione va letta in un contesto più ampio, nella cornice rappresentata da Draghi in Portogallo, nel quadro degli accordi per ristrutturare la Banca in vista dell’uscita del Tesoro e in definitiva rappresenta una buona notizia. Perché segna un reingresso nel mercato della banca senese (anche se oggi si dovrebbe dire romana, perché è lì il socio che l’ha tenuta in vita), peraltro molto ben riscontrato specie dall’estero, malgrado sia chiaro che viviamo l’ennesimo periodo strano, quanto mai rischioso e fluttuante (e quindi più costoso per chi deve recuperare la strada persa).

Lo stesso può dirsi del clamore in queste ore per la dichiarazione di Mustier, Unicredit, su 10.000 possibili esuberi (senza che sia detto dove e in quanto tempo, visto che parliamo del gruppo bancario più europeo fra quelli italiani). Bene sarebbe ricordare che dal 2009 al 2018 si è passati da 788 a 505 banche e istituti finanziari (dati da Bollettino statistico Banca d’ Italia) e da 330.512 a 278.233 dipendenti del comparto. Uscite peraltro molto ben gestite dal settore se pensiamo che sin dalla fine degli anni ’90 le organizzazioni sindacali hanno realizzato accordi e messo mano al portafoglio per costituire fondi interni destinati alle uscite. Perciò il tema non c’è. O meglio, sarebbe quello di porre una prospettiva esplicita, verosimile, se c’è, su quanto ancora occorra fare.

O ancora, per parlare delle cose che contano, il caso Carige e i suoi corollari, più importanti della notizia. La notizia ruota attorno al piano di salvataggio che vede la disponibilità del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) libero di agire dopo la sentenza della Corte europea e pronto a intervenire insieme al Gruppo Banca cassa centrale, la holding trentina che sta diventando uno dei due perni fondamentali del credito cooperativo dopo la riforma Renzi. C’è qualche intoppo nella visione temporale forse, più che di merito e malgrado incomba la minaccia di bail in una soluzione si troverà. Per quanto l’Italia sia capace di tutto, mandare Carige in bail in sarebbe una barzelletta incomprensibile.

Ma più interessante è invece il tema posto da Alberto Bagnai con un’interrogazione al Senato del 18 luglio con cui, in vista del decreto attuativo sui controlli, ruolo e funzioni delle Capogruppo dei crediti cooperativi, pone il tema della mutualità, dei vantaggi fiscali e del ruolo di mercato che potrebbero svolgere questi poli aggregatori. La domanda semplificata, ma legittima e interessante di Bagnai è: i danari derivanti anche dalle agevolazioni fiscali riconosciute alla cooperazione possono essere impiegati in operazioni a scopo di profitto o sarebbe questo un ingiusto vantaggio competitivo?

Il tema c’è tutto, è interessantissimo, apre a una visione sostanziale e di periodo e se ci fosse rimasto mezzo liberale in Italia, avrebbe già risposto a Bagnai che sì, la mutualità non sarebbe in contraddizione con il salvataggio di Carige, né in generale con un impiego a scopo di profitto, se questo avesse risvolti pratici e obbiettivi sulla comunità, umana o industriale che sia.

Oppure ancora, sempre per parlare delle cose che contano ma di cui non è educato parlare nelle occasioni come la festa dell’Aabi, la vicenda della Popolare di Bari, i vantaggi fiscali a fare aggregazioni entro la fine del 2020 nel sud Italia, il lucidissimo allarme di Donato Masciandaro sul tema di Libra, cioè la moneta annunciata dal potentissimo mondo di Facebook. O perché no, lo stesso rinnovo del contratto collettivo dei 270.000 bancari superstiti, per i quali ancora passano le valutazioni e la fiducia con cui si presta e si protegge il danaro. Che è ancora il compito delle banche.

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