CASO MARO’/ Mauro: “India troppo scorretta e all’Aja ne terranno conto”

- int. Mario Mauro

Si riapre il caso dei due marò: il Tribunale dell’Aja deve decidere tra Italia e India a chi tocca la giurisdizione del caso e chi debba giudicare Latorre e Girone

marò latorre
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone (LaPresse)

Avevamo tutti rimosso il caso dei “due marò”, i militari italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due pescatori indiani, il 15 febbraio 2012, al largo della costa del Kerala, nel sud dell’India. I tempi lunghissimi della vicenda, ben sette anni, avevano infatti indotto a pensare che il caso fosse chiuso, considerato anche il loro ritorno in patria. Invece si deve ricominciare daccapo: il Tribunale arbitrale internazionale dell’Aja deve decidere chi tra Italia e India abbia la giurisdizione per poter giudicare i due militari. Ma come dice l’ex ministro degli Esteri Mario Mauro in questa intervista, “non ci dovrebbero essere dubbi che la sentenza (attesa fra sei mesi, ndr) sarà a nostro favore. In questi anni si è rivelato in tutta la sua evidenza il comportamento contro ogni regola internazionale, a volte anche contro la propria Costituzione, dei giudici indiani. Quello che resta in questa vicenda è il comportamento, onorevole e degno del massimo riconoscimento, dei nostri due soldati: Latorre e Girone hanno sopportato tutta questa vicenda con il massimo senso dello Stato e con grande coraggio”.

Dopo sette anni di vicende processuali contorte, si è riaperta all’Aja l’ultima udienza del Tribunale arbitrale internazionale: è un passaggio a questo punto solo formale o si corre ancora il rischio che la giurisdizione possa tornare all’India?

No, io penso che il Tribunale del mare, nel momento in cui affronta il tema della giurisdizione, debba riconoscere la nostra priorità. Questo per alcuni motivi precisi ormai fuori discussione.

Quali?

Si tratta di personale militare italiano coperto dall’impunità internazionale. Questo personale stava su una nave battente bandiera italiana, quindi si trovava in territorio italiano. La nave era in acque internazionali. Non vedo come, dal punto di vista giuridico, si possa pensare di poter derogare dalla giurisdizione italiana.

Eppure l’India sostiene ancora che l’Italia ha infranto la loro sovranità e che il caso è materia di tribunali nazionali e non internazionali. Cosa ne pensa?

Come è noto, riandando all’epoca dei fatti, le autorità indiane prelevarono i due marò dopo aver attirato la nave in un porto indiano con un trucco, dicendo di aver arrestato dei pirati. Quelli con i quali l’Italia sosteneva di aver avuto uno scontro e dicendo di venire a vedere se si poteva riconoscere il battello.

Da quel fatto ne sono conseguiti altri che hanno denotato, da parte indiana, un comportamento per così dire poco corretto, è d’accordo?

Certamente. Si è trattato di comportamenti fuori da qualunque convenzione internazionale e anche dalla stessa Costituzione indiana, procedure pensate fuori dal loro meccanismo. E soprattutto va ricordato che nelle sentenze della Corte suprema indiana non sono mai riusciti a formulare un capo d’accusa.

Come si spiega questo comportamento?

Quello che è successo in questi anni è stata un’ostinata difesa da parte dell’India delle proprie prerogative di sovranità. Si è alla fine ovviato affidandosi al Tribunale del mare, che ha saputo riconoscere il ripristino di un clima più adeguato alla gestione del caso. Si sarebbe arrivati a questo punto se non fosse che l’anno scorso è morto il membro indiano del Tribunale del mare e questo ha richiesto circa un anno per far ripartire dall’inizio la valutazione del caso.

La sua previsione?

Direi che siamo vicini alla soluzione e mi sento particolarmente vicino a questi due uomini, Latorre e Girone, che hanno sempre servito lo Stato e si sono esposti di persona in un caso che ha messo fortemente a dura prova non solo loro stessi, ma anche le loro famiglie.

Hanno subìto di fatto la privazione della libertà, considerati colpevoli ancor prima che le accuse fossero formulate…

Hanno tenuto sempre un comportamento esemplare. Gli unici che hanno vissuto sulla loro pelle tutta la vicenda, una delle più intricate del nostro tempo, con determinazione e senso dello Stato.

Cosa rimane di questa vicenda? Si tratta di un caso internazionale particolarissimo che ha messo in difficoltà i nostri governi?

E’ un caso che in Italia si è vissuto a cavallo di molti governi diversi, ciascuno dei quali ha sicuramente prodotto il massimo sforzo possibile per venire a capo di una situazione intricata. Il vero nodo del problema si è creato all’inizio del percorso, quando al di là del comportamento dell’India è nato un caso dopo che i due soldati sono stati rimandati in quel Paese, fatto che ha determinato le dimissioni dell’allora ministro degli Esteri, mentre era già stato eletto un nuovo Parlamento. Una crisi istituzionale che non ha favorito la gestione del caso.

E poi non sono mai mancate le numerose difficoltà create dall’India, giusto?

Va infatti ricordato che uno dei ministri che aveva esercitato maggiore pressione sulla Corte indiana, un ministro dello Stato a cui appartenevano i due pescatori morti, era stato a sua volta coinvolto nel presunto caso di corruzione nei confronti dei vertici di Agusta. Oggi sappiamo che quel caso è stato smontato dalle accuse che in quel periodo avevano fatto pensare come la vicenda dei due marò fosse stata sacrificata agli interessi di una nostra azienda. Tutto questo era falso. Io spero veramente che il collegio arbitrale possa giungere in fretta a sbrogliare questa matassa.

(Paolo Vites)

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