CCCP/ La mostra di Reggio Emilia: lo “sguardo compassionevole” di Ferretti e “compagni”

- Leonardo Eva

Aperta fino al 10 marzo a Reggio Emilia la mostra dedicata allo storico gruppo emiliano CCCP - Fedeli alla linea, a 40 anni dal loro singolo d'esordio

GUIDO HARARI CCCP 640x300 Foto di Guido Harari

La mostra “Felicitazioni! CCCP – Fedeli alla linea 1984-2024”, in corso fino al 10 marzo a Reggio Emilia presso i Chiostri di San Pietro, è di per sé molto importante. A quarant’anni dall’esordio col singolo “Ortodossia”, uno dei gruppi più originali della musica italiana allestisce un ultimo spettacolo, stavolta immobile, che consente di toccare con mano l’importanza di questo ensemble e di vivere la parabola della sua storia.

La “teoria” è chiara a tutti. Negli anni ’80 dell’edonismo e della sfrenatezza che guardano a Occidente, i CCCP – Fedeli alla linea offrono performance che sono radicalmente punk ma si rivolgono in direzione opposta: Berlino, l’Unione Sovietica, il mondo islamico (senza dimenticare l’origine emiliana). Ferretti, Zamboni, Danilo Fatur e Annarella Giudici si defilano e si danno regole nuove, a cominciare dall’inesorabile ritmo della batteria elettronica.

Entrare nella mostra consente però di “rendere carne” (cioè suoni, colori, immagini, abiti e oggetti di scena…) ogni concettualizzazione relativa ai CCCP, che sono arrivati a un certo punto perfino a incrociare mondi lontani come quello di Amanda Lear.

Bisogna poi sottolineare che a rendere la manifestazione ancor più rilevante è stato il ciclo (intitolato “Danni collaterali”) di incontri collegati alla mostra. Gli ultimi due, svoltisi da poco, hanno avuto come protagoniste le due persone dal cui casuale incrociarsi a Berlino è nata tutta questa avventura.

Giovanni Lindo Ferretti ha dialogato il 18 gennaio con Lodovico Zamboni (cugino di Massimo), l’unico esterno ad aver contribuito al testo di un brano del gruppo, e con Otac Benedikt, un italiano che è diventato monaco ortodosso, conservando un grande amore per la band.

Entrambi gli ospiti hanno testimoniato la propria gratitudine nei confronti dei CCCP, soprattutto per aver saputo osservare in profondità e con uno “sguardo compassionevole” (citazione da “Memorie di una testa tagliata”) la realtà in tutti i suoi diversi aspetti. È giustamente emerso che la loro musica e i loro spettacoli sono veri e propri “scorci di eternità”. Con grande familiarità, poi, come parlando tra amici, Ferretti e Otac Benedikt hanno raccontato cosa significhi concretamente fare esperienza del miracolo nella propria vita.

Massimo Zamboni una settimana dopo ha tenuto un breve “Corso popolare di chitarra grattugiata”, prendendo spunto dal corso di chitarra che aveva seguito lui stesso per poche settimane da ragazzo (grazie al maestro Theo Spagna). Il dialogo in questo caso è avvenuto con il decano dei critici rock italiani: Riccardo Bertoncelli.

Ancora una volta si è parlato di sguardi lunghi e profondi sulla realtà. Ma l’originalità dei CCCP è venuta fuori soprattutto quando Zamboni ha detto del suo modo di affrontare gli aspetti tecnici delle canzoni (lui che è sempre stato il motore musicale del gruppo). Quando gli vengono fatte domande sulle tonalità dei brani, lui risponde: “Io al massimo posso descriverti di che cosa parla la canzone”. Un modo certamente spiazzante di affrontare le cose, che spiega meglio di tante analisi quale sia il cuore della storia dei CCCP – Fedeli alla linea. Non sono mancati anche in questo incontro momenti di informalità, come quando Zamboni ha raccontato di essersi fatto qualche domanda nel periodo in cui la suocera andava dicendo che il suo genero faceva “il protettore”, invece che il produttore musicale.

Facezie a parte, Ferretti e Zamboni sono, da soli e insieme, una delle più importanti storie artistiche del secondo Novecento italiano. Quando lo capiremo?

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