GIOVANNI LINDO FERRETTI/ Lo sguardo sul mistero che abita il mondo

- Massimo Granieri

La nuova canzone di Giovanni Lindo Ferretti, L’imbrunire. Come Flannery O’Connor

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Giovanni Lindo Ferretti

Giovanni Lindo Ferretti, un rassegnato ex-marxista, un sovranista o un disconosciuto? Forse un menefreghista e dunque punk, perché essere punk vuol dire andare controcorrente e difendere ad oltranza la propria individualità. La sintesi del suo vivere è nell’introduzione alla canzone Punk Islam che recitava come una litania sui palcoscenici: “Io non adoro quello che voi adorate, né voi adorate quello che io adoro, io non venero quello che voi venerate né voi venerate quello che io venero”. Lindo Ferretti è rimasto fedele a questo principio, adora ciò che ritiene buono e vero, cosciente di dividere il pubblico, di farlo arrabbiare o di conquistarlo. E gli importa poco della citazione di un verso d’una canzone dei suoi C.S.I.

Ho letto non senza difficoltà i suoi libri scritti in prosa e in parte in versi, visto e letto le interviste possibili, comprato più volte i dischi da solista e quelli bandistici. Il suo ultimo singolo L’imbrunire annuncia un mondo terribile che verrà, una canzone massacrata dalla critica. Per apprezzarlo non è necessario che le idee combacino, merita attenzione e riconoscenza per ciò che ha elargito alla musica italiana. Il testo fa il paio con un’altra canzone dei CCCP Fedeli alla Linea, la sua prima band. Il brano è Svegliami, ascoltarlo è come stare sull’orlo del precipizio:


Intanto Paolo VI non c’è più
È morto Berlinguer
Qualcuno ha l’AIDS
Qualcuno è POST senza essere mai stato niente

Niente!

La canzone profetizza ciò che sarebbe, un giorno, accaduto e raccontato ne L’imbrunire, tra autocitazioni e visione apocalittiche post Covid:


Andrà tutto bene (imagine)

Avremo il vaccino (immuni)

Saremo post tutto, anti
Pronti per il niente

Da cantante punk si è trasformato in un montanaro e allevatore di cavalli con la passione per Benedetto XVI, vocato ad essere cantore di musica liturgica. Il cd Litania dal vivo con Ambrogio Sparagna inciso in una chiesa protestante è una raccolta di canti popolari e devozionali tra i più importanti dell’ultimo ventennio.

Ai fan bolscevichi dichiarò il “non luogo a procedere” contro Giovanni Paolo II, gli avevano sparato e non poteva. A un certo punto ne rimase affascinato, studiò Karol Wojtyła e il suo modo di stare sul palco e di occupare la scena. Non lesina critiche a Papa Francesco e ai sacerdoti cattolici, pur indicando alcuni presbiteri come guide indispensabili per alimentare la sua fede. Fu uno shock la sua conversione al cattolicesimo, ma la metamorfosi già s’intravvedeva in qualche canzone dei CCCP Fedeli alla Linea, una su tutte Madre.

In un documentario televisivo trasmesso da Tv2000 qualche anno fa, raccontò la genesi della canzone dedicata alla Vergine Maria: “Canticchiavo questa canzone con il gomito fuori dal finestrino, allora avevo un Mercedes come quello che hanno gli zingari, enorme, con il tabernacolo davanti, la cresta e mi sono commosso. Salivo lungo la statale 63, quindi canticchiavo queste cose, ma ci ho messo un po’ per limare le parole e farle diventare perfette. La costruzione della canzone è venuta cantando, non pensando alle parole. Io man mano la cantavo, quindi toglievo le parole che erano meno cantabili. È come se io conoscessi quella melodia, ma mi sono assicurato che in realtà non era vero, non era una canzone della mia infanzia, era una canzone nuova.”

La grazia era già in azione, in modo inesorabile e terribile perché “la grazia provoca un cambiamento e il cambiamento è doloroso.” Così scriveva nelle sue lettere la scrittrice cattolica Flannery O’Connor. Lindo Ferretti ricorda benedettamente Flannery perché guarda al reale con franchezza, fissando lo sguardo sul mistero che abita il mondo e di cui ne fa esperienza. Giovanni Lindo Ferretti nel primo capitolo del nuovo libro “Non Invano” (edito da Mondadori) parla della sua vita tra i monti, dell’orizzonte di eternità e dei silenzi, della beata solitudine che salva da una cultura liberticida dal caos. La sua scrittura è “uno sguardo sul reale non travolto dall’informazione, dall’interpretazione mediatica” tra le pagine di un libro singolare. Lo attrae la vita, lì dove trova interesse e consolazione, mentre il suo cambiamento di fede continua a far discutere, nonostante abbia il diritto di credere in ciò che ha conosciuto imprevedibilmente e che comunque lo inquieta, perché “la vicinanza di Dio alla nostra storia non annulla la dimensione purgativa, l’esperienza dell’esistenza in quanto tale fatta di interrogativi e di agonie, dubbi, deserti, notti oscure.” (citazione del teologo e poeta José Tolentino Mendonça)

Flannery O’Connor e Giovanni Lindo Ferretti: votati a Dio, acuti e penetranti nel descrivere l’animo umano e il modus operandidel Signore nel territorio del diavolo. Ciò che manca a Lindo Ferretti è l’elemento comico che troviamo invece nella scrittura di Flannery. Giovanni è un cultore della parola, quella parola creatrice che realizza ciò che significa, ma lo fa in maniera tragica e luttuosa, come se l’ombra della morte (o la consapevolezza della finitudine) lo inseguisse dappertutto. Giovanni è ciò che scrive, non mente. Quanto basta per conoscerlo a fondo e seguirlo nel suo tragitto, sapendo che non esiterà a raccontarci “ansie nuove e sempre nuove crudeltà”. A modo suo, dividendo il pubblico, radunando consensi, appassionando.

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