UNA PICCOLA IMPRESA MERIDIONALE/ Quattro vite e un faro in un film che “loda” terra e musica

Il film di Rocco Papaleo, spiega MARIA LUISA BELLUCCI, fa della musica uno dei due protagonisti del film. Laltro è il paesaggio che accoglie le vicende di alcune persone

27.10.2013 - Maria Luisa Bellucci
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Una scena del film

Più che divertente, Una piccola impresa meridionale è armonioso. Musicale, anche se non ai livelli di Basilicata coast to coast, questultimo film di Rocco Papaleo fa della musica uno dei due protagonisti del film. Laltro è il paesaggio che accoglie le vicende di questa banda di squinternati. Così, tra una nota e la terra quasi arida e tortuosa che si affaccia a strapiombo sul mare, si declina la storia di cinque personaggi in cerca di sé. Anzi, di una soluzione.

Sì, perché sono tutti inguaiati, ciascuno a proprio modo. Il primo è Don Costantino, che torna in paese dalla madre perché una grave circostanza di famiglia richiede la sua presenza. La sorella, infatti, ha abbandonato il tetto coniugale insieme al suo anonimo amante, svergognando la famiglia di appartenenza e quella del marito. Ma anche Don Costantino è uno screanzato, perché lui, che tempo addietro aveva scelto labito talare, si è innamorato di una donna e ha abbandonato la vita ecclesiale. Con tutto quello che ciò comporta. Il dispiacere di una madre vittima dei pregiudizi di paese e dellonta che un simile ritorno a casa comporta.

Poi cè il cognato, bello e devoto, che porta il peso del tradimento della moglie. Il giovane, sbeffeggiato persino dai bambini, che lo considerano un naufrago dellamore, raggiunge lex sacerdote nelleremo in cui la madre, sensibile alle opinioni di paese, lo costringe in esilio forzato. Un faro. Questo diventa il punto di riferimento per i due. Un faro diroccato, ma in grado di diventare il centro gravitazionale di due vite in disordine.

Il disorientamento aumenta quando alla compagnia si unisce anche la sorella della donna di sevizio della madre. Ex prostituta quarantenne ora in pensione. Bionda, bella e disinibita, la donna porta scompiglio nei due uomini, già personalmente in crisi per motivi differenti. come unonda in piena che si infrange su scogli provati da imponenti tempeste. Soprattutto perché la sua genuinità irrompe in un contesto rigido nelle convenzioni sociali.

Ecco cosa fa Papaleo. Prende quattro storie (cè anche quella della sorella di Don Costantino che scappa di casa con una donna) estreme nella tipologia che rappresentano e le fa incontrare sotto la luce di un unico punto di osservazione. Quella di un faro che, isolato luogo di raccolta di queste anime in pena, illumina la rotta di naviganti incerti e in cerca di una via duscita. Di contro, lontano allorizzonte, il luogo di osservazione di chi resta fermo a guardare il naufragio di piccole imbarcazioni giudicandone la rotta.

La dinamica del gruppo errante non è nuova a Papaleo, che l’aveva già sperimentata in Basilicata coast to coast. Solo che lì il gruppo era impegnato in una crescita individuale on the road. Qui, invece, la maturazione, sempre personale, resta “ferma” in un luogo, ma si sviluppa in un divenire di intenzioni e sentimenti. Non è imperdibile Una piccola impresa meridionale. Può generare delusione se l’aspettativa iniziale ricade verso una commedia scoppiettante. Il modo comico di Papaleo, si sa, non parla questo ritmo. È più una melodiosa serenata ai suoi luoghi, alla sua terra e al naturale evolversi dell’animo in rapporto alle proprie inclinazioni. Contro le sbarre sociali che definiscono i confini dell’esistenza di ciascuno.

Resta, nel vedere questo film, il piacere di gustare la devozione con cui il regista racconta la sua terra. Tra scorci innamorati del proprio mare e note di jazz. 

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