PREMONITIONS/ Il film con una “misericordia” che tradisce se stessa

Alfonso Poyart dirige un thriller avvincente, che sfida la classica definizione di conforto, interpretato da Anthony Hopkins e Colin Farrell. La recensione di ERICA DAL MAS

19.11.2015 - Erica Dal Mas
PremonitionsR439
Una scena del film

In che misura è giusto interferire con il destino? Attraverso tale questione, “Che gelida manina” di Puccini introduce un thriller dal forte impatto tematico intitolato Premonitions (regia di Alfonso Poyart) che sfida la classica definizione di conforto, affermando che «non è mai troppo tardi per fare una mossa disperata». Lo sa bene il dottor John Clancy (interpretato da Anthony Hopkins), la cui conoscenza del futuro scatena il moto circolare della macchina da presa, trasformando le sue premonizioni in un una distorta e malvagia interpretazione della realtà: la provocazione. 

I versi della poesia “The Leaden Echo” di Gerard Manley Hopkins vengono, dunque, tragicamente tradotti in una prospettiva tanto macabra quanto interessante quando l’agente Speciale dell’FBI Joe Merriwether (interpretato da Jeffrey Dean Morgan) chiede l’aiuto del sensitivo per fermare un pericoloso serial killer. Ma il dottor Clancy, dopo la morte della figlia a causa di una leucemia e la conseguente fine del suo matrimonio, non vuole più avere niente a che fare né con il suo dono, né con l’FBI. Solo il suo incontro con l’Agente Speciale Katherine Cowles (Abbie Cornish) e le visioni violente a lei collegate spingeranno il dottore ad agire, non solo per salvare la vita della donna, ma anche per qualcos’altro di più intimo e profondo. 

Nel panorama disorientante della città di Atlanta “l’intuizione di pancia” dell’analista in pensione si evolve in una vera e propria penetrazione della mente dell’assassino, mentre l’indagine si accavalla al suo percorso mentale, in un creativo meccanismo di sovrimpressione d’immagine rallentata, veloce e ripetuta, fino a sforare nel soprannaturale. Appena John si trova sulla scena del crimine, comprende l’esistenza di un identico modus operandi in tutti i casi, insieme a un’unica costante: tutte le vittime sarebbero state in futuro dei malati terminali. Questo e la mancanza assoluta di prove lo conducono a una sconcertante scoperta: anche l’assassino (interpretato da Colin Farrell) è dotato di straordinarie facoltà precognitive nettamente superiori alle sue. 

L’eutanasia viene, quindi, attuata da un killer convinto di agire per “un fine più grande”, volto a “proteggere” le vittime da future atroci sofferenze. Così, grazie al contributo dei vari personaggi, interpretati al meglio della loro personalità, il film spinge effettivamente lo spettatore a tentare di capire cosa sta succedendo, in mezzo a un gigantesco diversivo che stravolge continuamente le aspettative del pubblico. Il portale del futuro, infatti, apre all’assassino un flusso incontrollabile di immagini e percezioni indesiderate che lui prontamente canalizza nell’esecuzione di questi “omicidi misericordiosi”, dando una “risposta dignitosa all’insufficiente lavoro di Dio”. 

La sorpresa del finale, però, irrompe, immersa nella Bohème di Puccini, come un fulmine nel “caos programmato” delle visioni e l’equilibrio tra storia, azione e cura dei personaggi, ottenuto attraverso uno stile cinematografico super visivo e impressionistico, rendono questo film molto bello e avvincente, ma rigorosamente adatto soltanto per un pubblico adulto e appassionato del genere, a causa di una misericordia che, nel profondo, tradisce se stessa, perché divisa tra un pesante senso di colpa del passato e un futuro silenziosamente strappato senza consenso. 

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