PERFETTI SCONOSCIUTI/ La commedia per “riscoprire” gli occhi degli altri

Il film di Paolo Genovese mostra come la tecnologia, anziché avvicinare gli uomini, li abbia resi paradossalmente più distanti tra loro. La recensione di ERICA DAL MAS

21.02.2016 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

Una dolce melodia fischiata e appena canticchiata introduce un “sale e pepe” di contraddizioni mentre un gruppo di amici di vecchia data, che comprende Cosimo (interpretato da Edoardo Leo) e sua moglie Bianca (Alba Rohrwacher), Lele (Valerio Mastrandrea) e sua moglie Carlotta (Anna Foglietta), Peppe (Giuseppe Battiston), Eva (Kasia Smutniak) e suo marito Rocco (Marco Giallini), si prepara al “dark side” di una cena deliziosa dai molti segreti. Le loro vite vengono presentate allo spettatore nello stesso momento, mentre la macchina da presa immortala la personalità complessa e delicata dei protagonisti come la futura “goccia” che farà traboccare il “vaso di pandora” della serata. 

Il principio di Gabriel Garcia Marquez, «ognuno di noi ha una vita pubblica, una privata e una segreta», viene così tradotto da un film intitolato Perfetti Sconosciuti (regia di Paolo Genovese), attraverso l’insolita e moderna “scatola nera” dello smartphone. Eva, padrona di casa e psicologa, è convinta che molte unioni si scioglierebbero se, nella coppia, ogni persona controllasse il cellulare dell’altra. Nel corso della cena da lei organizzata, grazie a questa provocazione, interrompe gli imbarazzanti aneddoti del passato della compagnia in un gioco ironico e ambiguo: tutti dovrebbero collocare il proprio telefono al centro del tavolo e mettere a disposizione degli altri ogni sms, chat o chiamata personale, senza riserve e senza paura. 

A mano a mano che l’eclissi offusca la splendente luce riflessa della luna piena, la verità emerge nel silenzio della sera, ribaltando i comuni preconcetti, smascherando l’apparenza. Le “crepe” di questa cena, dunque, avanzano in parallelo alle fragilità di ciascun personaggio. La dipendenza dall’alcool, l’omosessualità, l’insicurezza di sé, il tradimento si tradurranno, così, in un crescendo di piani-sequenza sempre più concitati, scatenando tutta la confusione dello spettatore tra menzogna e verità, mentre una solida e divertente amicizia declina inevitabilmente verso un’aperta conflittualità. 

Ma in realtà il fulcro di tutti i problemi è soltanto uno: volersi bene, essere amici, implica tornare a guardare negli occhi l’altra persona e dirle la verità fin da subito, soprattutto senza filtri. Se infatti l’alta tecnologia, da una parte, ha molto ampliato le possibilità e i mezzi per mettersi in contatto con il mondo, vincendo le timidezze e i dubbi interiori, dall’altra, come una medaglia a due facce, ha reso gli uomini paradossalmente più distanti, perché hanno delegato ai suoi strumenti questa responsabilità, trasformando l’umana paura della verità in una più conveniente e finta immagine di se stessi. 

Questa commedia piacevole è stimolante e spinosa da vedere perché gioca su questo paradosso, mentre il “senza senso” e il “doppio senso” denunciano allo spettatore la totale mancanza di un dialogo vero tra le coppie e tra gli amici del film per mezzo di un avvertimento: se non si fa attenzione al rapporto diretto con l’altro, in fondo al “tecnologico vaso di pandora” non rimane più la speranza, ma una rapida regressione verso la tragedia da “disinnescare” immediatamente, altrimenti tutto si riduce a un’ incompleta, misera e vuota “buonanotte” alla luna. 

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