TUTTI VOGLIONO QUALCOSA/ Un “film-divagazione” all’insegna dell’ottimismo

Quella di Linklater è un’ottima pellicola, spiega DARIO ZARAMELLA, a patto che si riesca a entrare nella sua filosofia fatta di divagazioni, dialoghi brillanti e una trama ridotta all’osso

16.05.2016 - Dario Zaramella
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Una scena del film

Il nome di Richard Linklater ha soggiornato recentemente sulle bocche del grande pubblico per la nomination di Boyhood agli Oscar 2015, film girato con gli stessi attori nell’arco di dodici anni, anche se alcuni lo ricorderanno per pellicole indipendenti come School of Rock (commedia musicale con Jack Black) o la trilogia tutta incentrata sulla coppia Ethan Hawke/Julie Delpy. La sua ultima fatica, Tutti vogliono qualcosa (definito sequel “spirituale” di La vita è un sogno) racconta l’ultimo weekend di un gruppo di giocatori di baseball prima dell’inizio dell’anno accademico, anno 1980. 

Jake (Blake Jenner) è una matricola, appena giunto alla Southeast Texas State University con degli obiettivi ben precisi: diventare il miglior lanciatore di baseball e spassarsela come se non ci fosse un domani, meglio se con delle ragazze e tanta, tanta birra. Manco a farlo apposta i suoi nuovi compagni di squadra (e di vita) la pensano esattamente come lui: dal brillante affabulatore al mistico amante della marijuana e dei Pink Floyd, dal giocatore d’azzardo compulsivo all’esaltato convinto di saper tirare meglio di Nolan Ryan, la normalità non è di casa nella torma di scoppiati che riecheggia le fratellanze di John Belushi & co. in Animal House. Benché gli anni e gli intenti siano diversi – il pessimismo critico degli anni ’60 lascia qui il posto all’edonismo sfrenato che caratterizzerà il decennio della New Wave – l’aria che si respira è quella goliardica degli anni del college, tra festini in casa e serata a zonzo per locali. 

La musica, come è ovvio che sia, svolge un ruolo di primo piano. I ragazzi passano con nonchalance dal country di “Cotton Eye Joe” al punk suonato in uno scantinato trasandato, fino ai viaggioni cosmici sulle note dei Pink Floyd. La regia di Linklater non si perde una virgola di quanto accade ai ragazzi e, discostandosi dalla regola generale dei film narrativi, si perde in lunghi preparativi e discorsi inconcludenti. 

Questa filosofia si rispecchia pienamente nella macrostruttura del film: tre giorni della vita dei ragazzi spalmati su due ore di pellicola, come se il regista invitasse lo spettatore a dimenticare la meta e a “godersi il viaggio”. Ogni personaggio ha così il tempo di esprimersi, mettersi in mostra e improvvisare di fronte alla macchina da presa, in un’ottica che si avvicina più al genere del film-documentario che non al classico racconto scandito in sequenze funzionali l’una all’altra. 

Tutti vogliono qualcosa potrebbe essere anche visto a spezzoni, sequenza dopo sequenza, senza che l’essersi persi dei pezzi impedisca la completa fruizione di ciò che si vede. È una scelta rischiosa, coraggiosa, che contribuisce a fare di Tutti vogliono qualcosa un’ottima pellicola, a patto che si riesca a entrare nella sua filosofia fatta di divagazioni, dialoghi brillanti e una trama ridotta all’osso. 

Linklater porta sullo schermo uno spaccato di vita quotidiana anni ’80 trasfigurato dalla nostalgia e dall’autobiografia, carico di quello spensierato ottimismo che, benché in altre pellicole possa risultare stucchevole, contribuisce qui a rendere più frizzante il racconto di una gioventù pronta a tutto per realizzare i propri desideri. 

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