MILLION DOLLAR BABY/ Il film con quella “lotta” che va oltre la boxe

Il film di Clint Eastwood del 2004 affronta temi come la famiglia, l’incomprensibilità dei dogmi della fede e l’eutanasia. Per ERICA DAL MAS è una pellicola senza tempo da rivedere

25.07.2016 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

Cosa c’è di meglio dell’estate per credere nei propri sogni? E se questi non fossero solo una semplice fantasia, ma un prezioso avamposto per la scoperta di una verità? La vita va spesso contro le nostre aspettative e la più grande testimonianza di questo è la boxe, così come viene raccontata dal film del 2004 con cinque premi Oscar Million Dollar Baby (regia di Clint Eastwood), diventando una magia estiva assolutamente da rivedere. 

Per merito del più grande allenatore e top manager degli anni ’60 Frankie Dunn (Clint Eastwood) e soprattutto alla voce fuori campo del custode della palestra ed ex campione di pugilato Eddie Dupris, altrimenti detto “Scrup-iron” o più semplicemente “Scrup”(Morgan Freeman), la boxe non è solo violenza, ma la possibilità di «ottenere rispetto per se stessi togliendolo all’avversario». 

Inizialmente la cinepresa, per mezzo di piani-sequenza e focalizzazione a rallentatore dei dettagli delle mosse da combattimento, imprime loro potenza. Poi comunica allo spettatore l’importante regola di proteggersi continuamente e lo fa attraverso la faticosa ascesa di una grande donna, Margaret “Maggie” Fitzgerald (Hilary Swank): da una parte, infatti, Frankie perde il suo campione Big Willie Little (Mike Colter), dall’altra Maggie convince Dunn ad allenarla con grinta e forza di volontà, mettendo subito in chiaro che non è fatta per essere presa in giro: suo padre è morto, suo fratello è in galera, sua madre pesa centoquaranta chili e truffa la previdenza sociale, mentre lei combatte perché la boxe la fa stare bene ed è tutto quello che le rimane. 

Nella squallida palestra “Hit Pit” gestita da Frankie ed Eddie, ai margini di Los Angeles, la boxe così diventa per la protagonista, grazie al sostegno di Scrup, la possibilità di sfinire il sacco pensandolo come un avversario. Ma questo sport è innaturale perché «se c’è una magia nella boxe, è quella di combattere battaglie oltre ogni immaginazione, rischiando tutto per un sogno che nessuno vede tranne te». In mezzo agli attacchi, alle difese, agli anticipi di un colpo che non sempre si riesce a prevedere, Maggie tenta di trovare la campionessa che è dentro di sé. 

Di fronte alla sfrontata indifferenza della sua famiglia, trova la forza di andare via di casa, in palestra e poi in giro per il mondo. Maggiormente consapevole della sua solitudine e della portata delle sue scelte Maggie, soprannominata in gaelico “Mo Cùishle”, si prepara alla sua occasione per il titolo: sul ring ora deve battere Billie “The Blubere” (Lucia Rijke), campionessa in carica dei pesi medi Welter, prostituta dell’allora Berlino Est, il pugile più scorretto della sua categoria, nonché una potenziale assassina, mentre Scrup disputa il centodecimo incontro della sua vita. In un’America dove non si deve mai voltare le spalle all’avversario, un incontro marginale di boxe per il titolo di campionessa dei pesi medi diventa un vero combattimento di “Mo Cùishle” per la vita. 

Attraverso una regia essenziale che non indugia nel sangue versato sul ring o in un superfluo sentimentalismo senza mai mancare d’impatto, la saggezza di Eddie “Scrup” Dupris si unisce alla dura esperienza di Frankie Dunn, affrontando temi come la famiglia, l’incomprensibilità dei dogmi della fede e l’eutanasia, per un film meraviglioso e senza tempo dove la volontà della protagonista permette a se stessa e al suo allenatore di “rialzarsi” con onore a dispetto dell’inevitabile.

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