CINEMA/ La “nuova censura” tra leggi, commissioni e algoritmi del web

- Ugo Baistrocchi

Molti italiani, dice UGO BAISTROCCHI, credono che la censura nel nostro Paese non esista più. Invece assume forme nuove, che potrebbero mutare ulteriormente via legge

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Lapresse

Molti, forse la maggioranza degli italiani, credono che la censura in Italia non esista più e, invece, la censura sopravvive, ma solo per il cinema in sala, mentre nuove impreviste forme di censura fai-da-te cominciano a limitare la libertà dei cittadini. Il gigante Facebook ha oscurato la pagina del film “Forno & Libertà”. Il titolo, ovviamente, non è quello, ma un lettore umano, sostituendo la F con una P, può capire facilmente che questo articolo non si occupa di fornografia. Invece gli algoritmi utilizzati dei “giganti di Internet”, lo classificherebbero in tal modo e vorremmo evitarlo. È proprio questo quello che è successo a Carmine Amoroso (regista di numerosi film, ma famoso soprattutto per essere l’autore della sceneggiatura dello straordinario “Parenti serpenti” di Monicelli) e ai produttori del suo film, un documentario che parla di qualcosa ormai accessibile a tutti, ma paradossalmente ancora tabù. 

Il film, divertentissimo ma non per questo poco impegnato, racconta, con stile quasi epico, in che modo, negli ’70 e ’80, uomini e donne molto speciali si sono battuti, anche per ragioni commerciali ma finendo in carcere o perdendo i diritti civili, come capitò a Bertolucci, perché la libertà di espressione potesse valere persino per forme sgradevoli o disturbanti come la fornografia. Proprio mentre il film stava per uscire in sala, alla fine di giugno, Facebook ne ha oscurato la pagina, nella quale l’ufficio stampa aveva già investito molto, caricando contenuti, filmati, interviste, e ha bloccata la pagina dello stesso Amoroso, il quale, da un giorno all’altro, è stato privato dei suoi contatti e, addirittura, della possibilità di utilizzare Messenger. Facebook non ha gradito la parola proibita del titolo e l’immagine del manifesto, che chiunque oggi giudicherebbe castissima e graficamente molto bella, quella di un seno e di una bocca semiaperta, contrapposti. 

Si tratta di un clamoroso caso di censura, veramente fantascientifica, perché colpisce un’opera dell’ingegno e un essere umano sulla base non di leggi note, ma di algoritmi imperscrutabili che impongono, in modo asettico, impersonale e senza appello, una propria esclusiva visione del mondo, operando addirittura da un altro Paese, da un altro continente. 

Intanto al Senato, mentre solo il senatore Airola (M5S) denuncia in aula, il 12 luglio, la censura subita dal film e dal regista e chiede interventi delle nostre autorità, in commissione Cultura si discute il disegno di legge 2287, la riforma Franceschini del cinema e dell’audiovisivo, che entro l’anno dovrebbe essere approvata definitivamente. Tale riforma prevede, all’articolo 30, una delega al governo per modificare la disciplina della revisione cinematografica (questo è il nome “amministrativo” della censura), cioè del procedimento per il rilascio di un nulla-osta obbligatorio per la proiezione in sala di qualunque film. 

Dal 1962, ben 54 anni fa, la legge 161 affida tale compito, svolto fino ad allora da politici e burocrati ministeriali, alla Commissione di revisione cinematografica, formata oggi da 7 sezioni, ognuna di 9 componenti, che vedono tutti i film (anche i trailer o gli spot pubblicitari) da proiettare in una sala aperta al pubblico. I 63 commissari (docenti di diritto, psicologi, esperti di cinema, rappresentanti dei genitori e dell’industria cinematografica e, persino, animalisti) agiscono in totale autonomia dal competente ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, e autorizzano o negano la proiezione in pubblico del film senza limiti di età o vietandola ai minori degli anni 14 o 18. Se la decisione non è gradita, ci si può appellare a una Commissione di secondo grado formata da due sezioni. 

È rimasto famoso il caso di un film del 2006, “Apocalypto”, di Mel Gibson, ambientato nello Yucatán del XV secolo e in lingua maya, vietato ai minori in tutto il mondo per le scene violente, da film horror, ma giudicato per tutti dalla Commissione di revisione, senza che il Ministero potesse modificarne il parere, nonostante le molte proteste di associazioni di genitori. Quest’ultime, non potendo fare appello alla Commissione (non previsto per imporre un divieto), ottennero dal Tar-Lazio il divieto “per sentenza” ai minori di anni 14. I film vietati ai minori di 14 anni possono essere trasmessi dalle TV non criptate solo tra le ore 22:30 e le 7, quelli vietati ai minori di anni 18 mai. Proiettare un film senza nulla-osta è un reato che può essere punito con pesanti sanzioni e la chiusura del locale fino a 60 giorni. Veltroni, quand’era ministro, provò a eliminare il divieto per gli adulti e a depenalizzare gli illeciti, ma fallì.

La legge 161 del ’62 è ormai considerata da tutti superata perché consente di vietare a un adulto di vedere quello che vuole (per questo si può definire “censura”) e riguarda unicamente il cinema in sala e, indirettamente, la televisione, discriminati rispetto ad altri media. Ma soprattutto non serve a tutelare i minori, unico scopo che ne potrebbe giustificare l’esistenza. Oggi, infatti, qualunque ragazzino di 10 anni può vedere sul proprio smartphone filmati che turberebbero non un minore ma un anziano. D’altra parte gli unici due film vietati in questo secolo (nel 2009 l’americano “Extrema – Al limite della vendetta” e nel 2012 l’italiano “Morituris”) possono essere acquistati regolarmente come DVD, visionati in streaming o scaricati da internet. 

La delega che il governo si vuole far dare è lastricata di buone intenzioni. Vorrebbe introdurre, entro un anno, una nuova disciplina della tutela dei minori nella visione di opere cinematografiche e audiovisive e sostituire le attuali procedure “con un meccanismo di responsabilizzazione degli operatori e di attenta vigilanza delle istituzioni“. La responsabilità di classificare i film sarebbe affidata alla stessa industria del cinema e dell’audiovisivo, che dovrebbe provvedere a classificarli secondo il modello del MPAA-rating system, cioè il sistema di classificazione volontaria usato dall’associazione che rappresenta i 6 più importanti studios di Hollywood (Warner, Fox, Universal, Sony, Paramount, Disney). 

Il sistema americano, però, vale solo per i film degli associati e non impone un divieto supportato dalla legge: è solo un suggerimento per le famiglie. La classificazione prevista dalla delega, invece, dovrebbe riguardare non solo i film in sala, ma anche tutti i prodotti audiovisivi in TV, in rete e i videogiochi e comportare sanzioni, solo amministrative, se non rispettata. Come ciò avvenga non è molto chiaro perché, per ora, la delega è veramente troppo generica. Anche se non è affermato esplicitamente, non ci dovrebbero più essere divieti per gli adulti. 

La Commissione di revisione e le sue 7 sezioni sarebbero abolite, ma verrebbe istituito un Organismo di controllo della classificazione la cui composizione, i compiti e il funzionamento non sono né ben definiti, né limitati. Di fatto, visto che qualcuno per classificare i film dovrà vederli, la Commissione e i suoi esperti, attualmente a costo zero, potrebbero trasmigrare presso le associazioni degli industriali cinematografici e audiovisivi, magari finanziate con un contributo speciale del Ministero, mentre l’Organismo di controllo sarebbe ancora a costo zero, ma potrebbe essere un duplicato della Commissione, formato da una pluralità di sezioni oppure essere composto solo da burocrati e politici, come la censura prima del 1962, e tutto il sistema, compatibile con una delega così generica, potrebbe essere molto più complicato e forse più inutile dell’attuale. 

Tutto questo solo per dare al Ministero, tramite l’Organismo di controllo, il potere di intervenire bloccando film ma anche serie TV o videogiochi a ogni minima denuncia o lettera ai giornali ed evitare che si ripeta un altro caso “Apocalypto“. 

Insomma, il progetto di revisione della censura cinematografica è tutt’altro che chiaro e il pericolo reale è che invece di abolire ufficialmente qualcosa che la maggioranza dei cittadini crede già soppressa da anni, venga istituita un’invadente e inutile “tutela dei minori” di Stato, non “a costo zero” per le opere vietate, senza che nulla venga fatto contro le censure che riguardano tutti i cittadini, messe in atto quotidianamente e senza limiti da Facebook o da altri giganti della rete.

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