TWIN PEAKS 3/ 25 anni dopo David Lynch smonta il suo giocattolo

- Matteo Minelli

Venticinque anni dopo, come aveva promesso, David Lynch è tornato a Twin Peaks, per proseguire quella che fu una delle serie tv più amate di sempre. Il commento di MATTEO MINELLI

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Twin Peaks 3, in prima Tv assoluta su Sky Atlantic

“Ogni inizio infatti è solo un seguito / E il libro degli eventi è sempre aperto a metà” (Wislawa Szymborska).

Bentornati a Twin Peaks, parafrasando il cartello di benvenuto in città che compariva nei titoli di testa di quella che a ragione è considerata come la madre di tutte le serie tv. David Lynch ha mantenuto la promessa che aveva fatto pronunciare a una rediviva Laura Palmer nell’ultima puntata della seconda serie: “Ci rivedremo tra 25 anni, ma nel frattempo…”.

La reginetta della città, com’è noto, era stata trovata morta all’inizio della prima puntata e la domanda su chi l’avesse uccisa divenne un tormentone mondiale. Che cosa sia successo “nel frattempo” non ci viene, però, spiegato; si riparte da dove ci eravamo lasciati, all’interno della Loggia Nera con i pavimenti a zig zag, le tende rosse, la musica inquietante e tutto l’apparato iconico tanto caro ai fan. In questo luogo il tempo non scorre secondo un prima e un dopo, gli abitanti parlano al contrario e per enigmi. I morti ritornano: non c’è posto per la logica. “È il passato o è il futuro?, chiede uno degli spiriti al protagonista, nella nuova serie.

Tutto come prima, allora? Le attese sono state confermate? Dai primi episodi si direbbe di no. Ancora una volta Lynch scombina le carte in tavola e gioca a disorientarci, dividendo l’azione in tre città di cui nessuna è Twin Peaks e mettendo in gioco tre (!) diversi agenti Cooper. Lui stesso si diverte a prenderci in giro, a spiazzarci con le parole che pronuncia impersonando Gordon Cole (il vice capo dell’Fbi), nel quarto episodio della serie: “Francamente non riesco a comprendere la situazione”.

Uno schiaffo allo spettatore, proprio come venticinque anni fa, quando realizzò “Fuoco, cammina con me”, il prequel (oggi il mercato va a nozze con questa parola, ma allora fu inusuale tanto quanto mostrare la protagonista già morta nei primi minuti di una serie), dove venivano deliberatamente distrutti i riferimenti tanto amati dal pubblico. Alla presentazione al Festival di Cannes la critica lo stroncò, il pubblico fece di peggio; dal successo mondiale alla fine di una carriera in meno di due anni. Le stesse accuse di allora sono mosse oggi anche da buona parte dei suoi sostenitori: troppa surrealtà, troppi enigmi, vogliamo capire! Ma come diceva lo scrittore David Foster Wallace che, dalla sua esperienza di spettatore durante le riprese di “Strade perdute”, trasse un brillante saggio: “Molti registi mostrandovi un orecchio tagliato in un prato vi spiegherebbero come mai si trovi lì. A David interessa l’orecchio” []. 

Un orecchio in un prato con le formiche sotto, brulicanti a grattare la superficie. Sì, la superficie di una città che già dal nome, rivela la doppietà, il male nascosto in ognuno dei suoi abitanti, e più che mai anche in quella ragazza benvoluta da tutti, ma dalla doppia vita oscura e perversa. Bisognerà scavare, dunque; e infatti nei primi episodi vediamo il Dr. Jacobi, lo psicologo, intento a verniciare alcune vanghe con uno spray color oro.    

È successo a Twin Peaks”. Con queste parole iniziava ogni riassunto delle puntate nella vecchia serie. Ma oggi come allora, non siamo aiutati nel capire cosa sia successo veramente, continuiamo a seguire le gesta di un agente che dando la caccia al male a tutti i costi finì col perdersi. Sceso nell’inferno delle sale della Loggia Nera (quasi a prefigurare l’anticamera della dannazione), in cerca della sua donna rapita, Dale Cooper si è trovato di fronte anche alle sue vecchie colpe con il Male (uno spirito di nome Bob) che non aspettava altro che poter impossessarsi di lui per uscire fuori, nella realtà, per continuare a tessere trame delìttuose. 

Vengono in mente le parole dello Sceriffo di “Non è un paese per vecchi”, libro di Cormack McCarthy, dove l’anziano agente non era più in grado stare al passo con la malvagità dei tempi nuovi: “Lo capiscono subito se sei pronto o meno ad affrontarli”. Più o meno le stesse parole pronunciate dall’agente indiano Hawk che nella prima serie avvisava Cooper prima di entrare nella Loggia: “Se non sarai certo e pronto nell’affrontare il Male, potresti restarci intrappolato per sempre”. In questo senso, più della violenza e dei caratteri disturbanti con cui viene solitamente etichettato il regista, la scena più dura dei primi episodi della nuova serie (in realtà Lynch ci invita a considerarlo come un film diviso in diciotto parti) è quella dell’incontro tra i due vecchi amici, l’agente e il suo capo Fbi (il regista e l’attore feticcio, padre e figlio): eccolo dunque Il Ritorno, venticinque anni dopo. 

Ma dall’altra parte del vetro, invecchiato con i segni del tempo sul volto, in realtà c’è Bob, lo spirito malvagio che con sguardo benevolo sorride e alza il pollice come faceva l’agente di cui ha preso corpo e sembianze, e guardando in macchina sembra chiederci se siamo pronti a incontrare il nostro doppio, la nostra quota di male. 

Lynch non ci chiede di comprendere, ma ci invita ad immergerci in “acque profonde” [], ad attraversare lo specchio; proprio quella lastra di vetro dove venticinque anni tutto finiva con il riflesso del protagonista a rivelare lo spirito che si era impossessato di lui. Da allora, è trascorso tanto tempo: Lynch, l’agente Cooper, noi tutti siamo invecchiati e vorremmo fare un tuffo nel passato, in preda alla nostalgia dei boschi, delle torte di ciliegia con sciroppo d’acero e dei caffè. Ma il regista non ce lo permette. “Manca qualcosa”, per completare il percorso iniziato venticinque anni fa, come recita il messaggio che la signora del ceppo riceve dal pezzo di legno che tiene perennemente in mano. Ed è ora di andare a cercarlo, perché ogni inizio infatti è solo un seguito, e il  libro degli eventi è sempre aperto a metà.  

Ricordate la scelta che veniva posta a Neo nel film “Matrix” tra le due pillole, per cui assumendone una si veniva introdotti nel mondo reale oppure si poteva scordare tutto e tornare nel proprio mondo fittizio?  Aprire gli occhi o rimuovere, cancellare e continuare a sognare: e il primo film di Lynch non si intitolava forse “Eraserhead?”  

Lasciate ogni speranza o voi che entrate in Twin Peaks? Non resta che guardare. Buona visione.

[1] David Foster Wallace, “David Lynch non perde la testa” (ed. Italiana, Minimum Fax)

[2] David Lynch, “In acque profonde” (Edizione italiana, Mondadori)

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