C’ERA UNA VOLTA IL WEST/ Sergio Leone e il passaggio tra passato e futuro del genere western

- Massimo Bordoni

Cinquant’anni fa usciva il film western più ambizioso e magniloquente di Sergio Leone, con un cast importante e diverse citazioni filmiche

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Una scena del film

Cinquant’anni fa usciva il film western più ambizioso e magniloquente di Sergio Leone, C’era una volta il West. Vista anche la rilevanza internazionale del cast impiegato (Henry Fonda, Charles Bronson, Jason Robards e Claudia Cardinale i protagonisti) pare riduttivo annoverarlo nel calderone degli spaghetti-western in voga in quegli anni. Rispetto alla “trilogia del dollaro”, appena conclusa con Il Buono, il Brutto e il Cattivo (1966), Leone intende ora ampliare lo spettro storico dei temi trattati, affrontandoli anche con un impianto visivo più maturo, che contempli sia lo stile classico che la recente – per allora – modernizzazione del linguaggio.

Così C’era una volta il West racconta soprattutto la fine dell’epopea di conquista della selvaggia frontiera verso l’ovest, e la sua sostituzione con una nuova frontiera, quella dell’unità nazionale degli Stati Uniti e del treno che collega i due oceani, mito della nascente industrializzazione americana, che sbuffante di bianco vapore somiglia al Moloch della mitologia mediorientale. Lo fa attraverso le vicende, tra loro intrecciate, di quattro personaggi principali.

L’ex prostituta Jill (Claudia Cardinale) eredita dal marito irlandese, appena sposato e appena morto ammazzato, un terreno proprio dove l’avido proprietario delle ferrovie (Gabriele Ferzetti) intende far passare la linea. Questi, per avere il terreno, assolda lo spietato killer Frank (Henry Fonda). In soccorso della donna arriveranno un pistolero senza nome, con un’armonica al collo (Charles Bronson), e il simpatico fuorilegge Cheyenne (Jason Robards). Riusciranno alla fine ad avere la meglio, lasciando la donna padrona di un’importante stazione ferroviaria e trovando – Armonica – la tanto inseguita vendetta su Frank, responsabile anni addietro della morte del fratello.

Nella scelta dei caratteri Leone si rifà chiaramente alla tradizione del western classico. Infatti, la vicenda, fin troppo intrecciata per i lineari intenti del regista, ruota attorno a un cavaliere solitario, un cattivo tanto pacato quanto spietato, un bandito burbero ma di buon cuore, una ex prostituta di New Orleans (oltre a un quinto personaggio, l’uomo d’affari senza morale); stereotipi che il regista volutamente lascia intatti nella loro consueta caratterizzazione, ben nota al pubblico, ma che nell’economia del suo film utilizza in funzione parzialmente nuova. Ognuno di essi è accompagnato da un tema musicale specifico, composti tutti dal maestro Ennio Morricone. Per Jill abbiamo un arpeggio a tonalità allegre; per Cheyenne una scanzonata ballata, appena accennata; mentre per i due personaggi speculari di Armonica e di Frank, uniti da inscindibile destino di vendetta – quasi due manifestazioni dello stesso personaggio -, il magnifico tema di Armonica, un autentico capolavoro (personalmente, per quel che vale, la miglior musica per sequenza filmica che abbia mai sentito).

C’era una volta il west è anche una sorta di omaggio ai topoi del western hollywoodiano. Il soggetto venne infatti messo a punto da Leone con la collaborazione di una coppia insospettabile: Bernardo Bertolucci e Dario Argento. I quali, da buoni cinefili, sono alla fine i principali responsabili dell’impianto visivo “citazionista” del film, costruito sull’utilizzo, in qualche caso con ribaltamento di senso, degli stereotipi del genere western classico. L’inizio con i tre pistoleri amici di Frank che aspettano Armonica alla stazione è preso pari pari da Mezzogiorno di Fuoco (F. Zinnemann, 1952); la mattanza della neo-famiglia irlandese di Jill da parte degli scagnozzi di Frank richiama da vicino l’episodio iniziale, scatenante la ricerca, di Sentieri Selvaggi (The Searchers di J. Ford, 1956); mentre la sequenza in cui Armonica evita a Frank l’agguato preparato dai suoi stessi uomini ricorda un’analoga scena del finale di Quel Treno per Yuma (D. Daves, 1957).

Nonostante, come già sottolineato, un intreccio un po’ macchinoso, che frammenta arbitrariamente un ritmo già di per se dilatato, il film si segnala per la bellezza plastica delle sequenze d’azione, quasi tutte dei piccoli capolavori di montaggio e sincronizzazione – sia dinamica che tematica – tra musica ed immagini. Ancora oggi, ad anni di distanza dalla prima visione, da letteralmente i brividi la scena di flashback interna alla sequenza del duello finale tra Armonica e Frank, con la quale capiamo in un solo istante di laica epifania le due ore e passa di film che l’ha preceduta; e l’immortale musica di Morricone fa il resto.

Se la peculiarità del film sta anche nel fatto di essere costruito sui personaggi e su quello che simboleggiano piuttosto che su una successione di eventi da narrare in sequenza, allora è la morte finale di Cheyenne a riassumerne tutto il senso: il definitivo passaggio dal vecchio west alla nuova frontiera delle macchine. Allora, non è per caso che Armonica sia l’unico (oltre alla donna, padrona del futuro) a rimanere vivo dopo la conclusione della vicenda; per poi tornare nel nulla da cui è comparso all’inizio del film. Proprio come fa come John Wayne alla fine del citato Sentieri Selvaggi, ennesimo tributo che Sergio Leone regala al western classico con il suo C’era una volta il West il quale, come tutti i suoi personaggi, sta nella terra di nessuno, in mezzo a quella conradiana linea d’ombra che marca il passaggio tra passato e futuro del genere western.

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