Il sacrificio del cervo sacro/ L’incrocio tra realtà e immaginazione nel film di Lanthimos

Dopo l’affermazione a Cannes nel 2015, Yorgos Lanthimos fa un nuovo passo avanti con un film che offre un crescendo di intensità. La recensione di ROBERTO BERNOCCHI

05.07.2018 - Roberto Bernocchi
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Una scena del film

Steven è un affermato cardiologo, padre di due bambini, marito fedele di Anna (una raggiante Nicole Kidman), uomo equilibrato, razionale e sensibile. Nella sua vita c’è anche Martin, adolescente problematico, segnato dalla morte prematura del padre. Steven mostra pazienza, senso di protezione e affetto per questo ragazzo ferito, che decide di presentare alla famiglia, per offrirgli un po’ di serenità. La conoscenza però non sembra andare come dovrebbe. In breve Martin mostra segni di inquietudine che lentamente riveleranno una verità sconvolgente e distruttiva.

Yorgos Lanthimos non è un regista qualunque. Tra i più promettenti registi greci contemporanei, si è messo in luce nel 2015, a Cannes, vincendo il Premio della Giuria con The Lobster, film provocatorio e originale. Nel 2017, sempre a Cannes, Lanthimos si guadagna il riconoscimento come migliore sceneggiatura proprio per Il sacrificio del cervo sacro, in questi giorni nelle sale italiane. Un thriller, un dramma familiare, una storia spirituale, un mistero paranormale. Un incrocio equilibrato tra realtà e immaginazione, tra tragedia esistenziale e suggestione simbolica.  Intrattenimento intelligente, emozioni mentali, sorprese.

Il sacrifico del cervo sacro si ispira, solo a posteriori (secondo quanto riferisce il regista), all’Ifigenia di Euripide, storia di sacrificio e dolore familiare della mitologia greca. Steven, chirurgo disarmato, è spinto a sacrificare la carne della sua carne, per salvare la sua famiglia intera. Un gesto disperato, crudele e spietato. Il male minore, un attimo prima della morte. La follia della ragione, che trasforma l’amore viscerale in gelido calcolo matematico. La paura che scuote la pace borghese della coscienza.

Lanthimos racconta la sincera pietà di Steven, uomo equilibrato e padre virtuoso, colpevole senza colpa pubblica della morte di un uomo, anch’esso padre. A chiedere il conto la giustizia divina, trasposta in un rigurgito di vendetta inquietante, incarnata nelle espressioni iniettate di follia del giovane Martin. Cucciolo d’uomo bisognoso d’affetto e protezione. Prole innocente e solitaria, umiliato nel cuore abbandonato per colpa, più che per destino avverso. Figlio di un dio punitivo, portatore di verità e giustizia, eletto a riportare equilibrio morale, con pacata consapevolezza. 

Lanthimos è bravo nel racconto, che cresce di intensità, offrendo atmosfere da film d’autore. Parco nel ritmo, attento ai colori dei personaggi, la regia trasforma con sapiente misura e mirabile credibilità l’istinto protettivo in furia omicida e la fragile insicurezza in paziente e inesorabile vendetta. Un film che trasmette il dolore in presa diretta, generando sospetto, stordimento e inquietudine.

A supportare la storia d’orrore psicologico, una colonna sonora ben presente, al servizio di angoscia e mistero. Come gli attori, noti e meno noti, sorprendentemente centrati nel loro ruolo di padri, madri e figli. Un altro passo avanti per il non più giovane regista greco che, giunto a Hollywood, conferma di avere uno sguardo intelligente e piacevole al tempo stesso, oltre che personalità e originalità da vendere.

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