EXTINCTION/ L’evoluzione del b-movie nella pellicola di Ben Young

Il film di Ben Young raccoglie una sorta di eredità dei b-movie, anche se nel finale cerca una svolta che tradisce questa natura. La recensione di EMANUELE RAUCO

23.08.2018 - Emanuele Rauco
Extinction_Film_web
Una scena del film

L’estate per molti significa l’opposto del cinema, ma non necessariamente di un film. E allora dedichiamo un po’ di spazio ad alcuni titoli inediti o poco visti che si possono tranquillamente vedere sulle piattaforme on line. 

Uno dei risvolti interessanti, almeno in potenza, della politica produttiva di Netflix è, come si diceva nell’articolo in cui si parlava di Beirut, la possibilità di riportare luce su filoni cinematografici, su modi di realizzare un film che l’evoluzione del cinema soprattutto americano ha messo da parte. Extinction, per esempio, sarebbe un perfetto esempio di b-movie, ovvero film che produttivamente vengono in secondo piano rispetto a prodotti con budget maggiori, e che fanno di questa caratteristica una virtù per ritmo e secchezza. 

Diretto da Ben Young, Extinction racconta di un uomo che sogna continuamente la fine del mondo per mano sconosciuta e questi sogni rovinano il rapporto con la famiglia. Ma ovviamente, si rivelano veri e il protagonista dovrà salvare la famiglia da una devastante invasione aliena. La sceneggiatura di Spenser Cohen, Eric Heisserer e Brad Kane riduce all’essenziale l’intreccio, tre classicissimi atti scanditi da due scarti narrativi – di cui il secondo è una bella sorpresa – e tutto il resto viaggia sui binari della fantascienza e dell’azione tradizionali.

Ancora più tradizionali se si pensa al contesto culturale in cui Extinction si sviluppa, erede volendo di molto cinema violento e appunto di “serie B”, ossia l’uomo che deve riconquistare la propria mascolinità e quindi il proprio ruolo sociale proteggendo prima e salvando poi la propria famiglia, in particolar modo la propria donna in un finale che sa di Asimov e Philip K. Dick. Una curiosa “reazione” alle nuove forme e visioni di famiglia che il cinema e soprattutto la tv stanno proponendo in questi anni, declinazione profonda della nostalgia che dall’arte alla politica è divenuta ormai elemento portante di un’epoca. 

Young, all’opera seconda dopo il balbettante ma interessante thriller Hounds of Love, si dedica a gestire i cambi di tono rispetto al variare del racconto: un inizio sospeso e onirico che ricorda Take Shelter di Jeff Nichols, una seconda parte che ricorda la serie tv “Falling Skies” piena d’azione, suspense e intelligenti effetti speciali giocati in economia, e poi il finale che sarebbe anche un bel colpo di teatro, se non fosse raccontato come un lungo, esplicativo e convenzionale flashback, facendo affievolire la tensione e l’emozione.

E quindi tradendo la propria natura – più o meno conscia ed esplicita – di B-Movie, ovvero l’andare dritto al punto, il puntare allo stomaco o al cuore dello spettatore con economia di mezzi stilistici ed efficacia registica. Qui Young fallisce la narrazione, il modo di raccontare, spreca le trovate, cerca un finale in cui aspira alla serie A. Ma è un’aspirazione che purtroppo resta velleitaria.



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