FAHRENHEIT 451/ Lo scontro che lascia il film di Bahrani senza anima

Ramin Bahrani ha scritto con Amir Nader una nuova versione ancora più futuribile dell’opera di Bradbury. Qualcosa però non va nel risultato finale. EMANUELE RAUCO

27.08.2018 - Emanuele Rauco
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Una scena del film

L’estate per molti significa l’opposto del cinema, ma non necessariamente di un film. E allora dedichiamo un po’ di spazio ad alcuni titoli inediti o poco visti che si possono tranquillamente vedere sulle piattaforme on line.

Lo specchio nero a cui fa riferimento il titolo della serie tv fantascientifica “Black Mirror” è lo schermo di cellulari, computer, tablet e tutti i dispositivi attraverso cui guardiamo e viviamo la nostra vita. Ma appunto è anche uno specchio e la nuova versione filmica di Fahrenheit 451 (disponibile su Now Tv) – tratto dal romanzo di Ray Bradbury a 50 anni di distanza dal film di Truffaut, gioca con l’immagine superficiale che la tecnologia dà di noi e del nostro mondo.

Il film è ambientato in una società in cui i libri sono vietati (tranne “La Bibbia”, “Gita al faro” e “Moby Dick”) in quanto veicoli di idee distorte e malate; il protagonista è un pompiere il cui compito paradossale è appiccare incendi per eliminare tutti i libri che vengono nascosti dai gruppi di persone che resistono alla legge e imparano i libri a memoria per tramandarne clandestinamente la conoscenza. Un giorno, questo pompiere comincerà a frequentare una di queste partigiane e scoprirà la via per la ribellione. 

Ramin Bahrani scrive con Amir Naderi una versione ancora più futuribile dell’opera di Bradbury, cercando di agganciarla alla realtà contemporanea, all’America di Trump e al rifiuto di cultura e conoscenza, alla regressione di una nazione che cerca ossessivamente il suo passato non per imparare da esso ma per rifondarlo, moralismo bigotto e analfabetismo (funzionale e non, di partenza e ritorno) compresi.

L’elemento più interessante di Fahrenheit 451 versione 2018 non è tanto l’aggiornamento del romanzo o del film, ma l’aggiornamento di una visione del futuro in cui internet e il digitale hanno preso il posto di ogni comunicazione fisica, in cui le emoticon sono il nuovo linguaggio visivo (dalle versioni dei libri permessi alle reazioni costanti nelle dirette tv, indistinguibili da dirette social) e dove ogni superficie riflettente è sostituita da uno schermo che replica, moltiplica, inonda le immagini. Uno specchio all’ennesima davanti cui, fuori da ogni ideologia, il protagonista troverà la sua strada, la sua redenzione. 

Bahrani ci tiene molto al contenuto politico del suo film, visto che la sua carriera ha sempre avuto al centro l’emigrazione, l’integrazione e la complessa situazione sociale degli Usa sia con film drammatici, sia con tentativi più vicini ai generi; evidentemente ci tiene molto meno HBO preoccupata che il film scorresse liscio come un buon tv movie – cosa che Fahrenheit 451 è – dalla confezione lucida e anonima, dal versante sentimentalista ingombrante e in cui le riflessioni politiche restassero vaghe, universali e di fatto anodine. 

Resta un lavoro il cui scontro tra autori (peccato che l’impatto di Naderi, con la memoria come impresa titanica e ossessione, sia così limitato) e produttori ha dato vita a un prodotto senza testa, senza anima, con giusto un po’ di colore a un certo numero di possibilità. Le quali, di fronte a quello specchio nero però, restano solo la versione “instagrammabile” del suo reale contenuto. 

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