AQUAMAN/ Il film DC “semplificato” che convince (solo) al botteghino

Il film di James Wan ha più di un limite, ma rispetto ad altri della DC Comics riesce a ottenere dei risultati importanti, specie al botteghino

07.01.2019 - Emanuele Rauco
Una scena del film

L’impressione è quella che i film DC Comics siano sempre – almeno per concezione e tempistiche – un passo indietro rispetto ai film dei Marvel Studios, come se in un certo senso volessero seguirli per raccoglierne il successo. Spesso non riescono – vedasi la Justice League di Snyder e Whedon -, ma con Aquaman pare che almeno dal punto di vista degli incassi abbiano fatto centro.

Il film, diretto da James Wan (regista più noto per horror come Insidious e The Conjuring), racconta le origini del personaggio già visto in altri film DC come Batman v. Superman e appunto Justice League: Arthur è il figlio di una regina dei mari e di un guardiano del faro. Sarà costretto a rinunciare alla sua tranquilla vita terrestre quando il fratellastro marino sta per dichiarare guerra agli umani: per evitare il conflitto dovrà diventare lui il nuovo Ocean Master.

David Leslie Johnson-McGoldrick e Will Beall, assieme a Geoff Johns e allo stesso Wan, prendono i personaggi di Mort Weisinger e Paul Norris e li adattano in un kolossal di avventura fantasy subacquea che, per toni goliardici e uso della comicità guarda a Thor: Ragnarok seppur semplificando la trama e riportandola alla sue origini fumettistiche.

Fin dal prologo, infatti, Aquaman sceglie la via del film per ragazzi quasi vecchio stile: dapprima con l’incipit fiabesco e familiare, poi con la formazione di Arthur che deve diventare adulto e “maturo”, poi con le peripezie marinare tra mostri e pirati e si arriva al finale che rispolvera un certo senso epico seppure in chiave guascona. Il tutto senza alcuna pretesa adulta, senza serietà né complessità, anzi puntando alla semplificazione narrativa, ma anche a quella tematica e stilistica.

Il sotto-testo politico è infatti semplicissimo e manicheo: il cattivo è un epigono del trumpismo (Make Atlantide Great Again, sembra il suo slogan), il buono è un mezzo sangue che attraversa i confini invalicabili tra i mondi, tutto il film racconta di muri e ponti. Una posizione appunto adatta ai ragazzi, come anche lo stile visivo che fa un passo indietro (verrebbe da dire per fortuna) rispetto alla pomposità e all’oscurità a bella posta dei film di Snyder: qui i colori sono vivaci, i fondali e la computer grafica invade tutto con risultati non sempre stupefacenti e la regia, non particolarmente a suo agio con azione e avventura baracconesca, si adagia sulle modalità frenetiche del cinema contemporaneo o addirittura del videogame (l’assalto a casa di Arthur all’inizio o il primo scontro con i pirati).

Chi si accontenta gode e a quanto pare molti stanno godendo nel mondo, anche se sarebbe sbagliato non notare come ogni volta che Aquaman esce dal mondo acquatico costruito con affascinante perizia visiva annaspa, le parentesi sentimentali o emotive cadono nel ridicolo e le idee visive sono realizzate in modo più goffo di quanto la loro ideazione facesse sospettare. Aggiungiamo che tranne il protagonista Jason Momoa tutti gli attori paiono spaesati o fuori parte ed ecco che Aquaman si può definire una cialtronata a tratti consapevole di esserlo, di altissimo costo, medio divertimento e basso tenore. Che per un film DC ultimamente è già qualcosa.

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