CAPTAIN MARVEL/ Il lato “politico” di un film che bypassa il femminismo

- Emanuele Rauco

Nelle sale cinematografiche è arrivato il primo film di casa Marvel con una protagonista femminile. Al suo interno anche un messaggio politico

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Una scena del film

Se c’è una cosa che Captain Marvel non vuole essere, ma che molti leggeranno in quel modo, è un manifesto politico femminista, almeno non in modo esplicito. A differenza di Wonder Woman, il film Marvel diretto da Anna Boden e Ryan Fleck – il primo con protagonista donna della Casa delle Idee – è più indiretto e sottile nel veicolare il ruolo della donna in un contesto supereroico, ma lo bypassa attraverso una più generale ricerca dell’identità, senza sottolineare di continuo il fatto che al centro del racconto ci siano due donne.

Una è la protagonista del film (Brie Larson), soldatessa dello spazio che deve proteggere la propria civiltà Kree dai terroristi alieni, ma che ha ricordi nascosti che non coincidono con ciò che lei sa della sua vita; l’altra è una scienziata terrestre (Annette Bening) che deve trovare per poter fare luce sulla sua vita. Ma una delle invenzioni della scienziata è anche al centro delle ricerche dei terroristi.

I registi assieme a Geneva Robertson-Dworet e Jac Schaeffer adattano il personaggio di Carol Danvers creato da Thomas & Colan (facendo ampi rimaneggiamenti alla continuità del fumetto Captain Marvel e sfruttando in pratica solo la linea che va dal 2012) a un film diviso tra space-opera e film d’azione terrestre, con immancabile cornice nostalgica – il film è ambientato nei terrestri anni ’90 – che funge anche da vago prequel del resto del Marvel Cinematic Universe, come palesano le scene dopo i titoli.

Visto che il tema della rappresentazione e dell’identità eroica era già stato sfruttato dal citato film DC del 2017, Boden e Fleck sfruttano la questione della percezione dell’altro, delle apparenze che ingannano per allargare il discorso alla politica, per parlare di migrazioni e rifugiati, per schierarsi dalla parte “giusta” rispetto agli echi della politica trumpiana. Il peso del genere c’è e si fa sentire, solo non ha bisogno di didascalie: la ricerca della protagonista non è quella di una donna che deve confrontarsi, in positivo o negativo, con un uomo, ma quella di una persona che deve capire chi è e cosa può fare.

Il lato “politico” del film lo rivestono quindi le canzoni, rigorosamente pop-rock anni ’90, tutte cantate da donne tranne una (“Come As You Are” dei Nirvana, in una sequenza nella quale risulta del tutto coerente) e che raggiunge l’apice nello scontro decisivo al suono di “Just a Girl” dei No Doubt. Se non fosse però per il personaggio centrale con la sua descrizione e per l’inusuale complessità narrativa, Captain Marvel risulterebbe un netto passo indietro nel percorso figurativo e spettacolare dei film Marvel, soprattutto perché i due registi, provenienti dalla commedia indie, sono totalmente a disagio con l’azione, con gli effetti speciali, con il ritmo dei combattimenti (tra i peggiori del filone).

Il film funziona quando è al centro il personaggio e quando il racconto resta sui caratteri, ma si spegne verso l’anonimato, anche estetico sorprendentemente, quando deve fare il “film di supereroi”. Peccato, perché a livello di scrittura resta uno dei più interessanti dell’universo Marvel e perché Brie Larson regge bene la parte. Anche se il gatto Goose ruba la scena più volte tanto a lei, quanto a un Samuel L. Jackson abilmente ringiovanito al computer.

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