PIANO INDUSTRIALE RAI/ L’accentramento che lascia l’azienda nel mirino della politica

Il Cda della Rai ha approvato il nuovo piano industriale che comporta una sorta di rivoluzione copernicana. Il commento di un ex consigliere

14.03.2019 - int. Alberto Contri
Sede Rai
Sede Rai, Viale Mazzini (LaPresse)

Settimana scorsa è stato approvato dal Cda della Rai il nuovo piano industriale, con una significativa serie di innovazioni nell’organizzazione dell’offerta. Abbiamo chiesto ad Alberto Contri, già consigliere della Rai dal 1998 al 2002, e poi Amministratore delegato di Rainet dal 2003 al 2008 – oggi docente di Comunicazione Sociale all’Università Iulm – di illustrarci i significati tecnici, e anche i risvolti di carattere politico, che sempre riguardano il Servizio Pubblico radiotelevisivo.

Professore, ci può spiegare in forma semplice in cosa consiste il progetto di riforma appena approvato a maggioranza dal Cda della Rai?

Non è facile usare parole semplici per illustrare ai non esperti i grandi cambiamenti nell’organizzazione dell’offerta della più grande azienda editoriale del Paese. Per risultare più chiari, dobbiamo ricordare che fino a ieri ogni rete acquistava o faceva produrre o produceva direttamente (sempre meno, in realtà) i programmi che servivano ad accontentare il proprio tipo di pubblico. A grandi linee, Raiuno era la rete dedicata al pubblico più popolare e anziano, Raidue quella un po’ più giovane e qualche volta sperimentale, Raitre quella un po’ più connotata culturalmente (da sempre orientata politicamente più a sinistra). Tutto in un range di audience che al massimo scende verso i 50 anni, salvo qualche episodio, soprattutto di certe fiction o reality show, che hanno raggiunto un pubblico ben più giovane.

Tutti gli storici della TV sostengono che esistono tre reti e tre TG per accontentare l’appetito di tre partiti: DC, Pci, Psi.

Non si può certo negare che la politica abbia sempre aspirato ad avere spazi televisivi tramite il controllo dei direttori di reti, testate e programmi. La pressione è sempre stata continua, e sempre corrisposta in maniera più o meno evidente. Famosa fu la creazione e la successiva applicazione del cosiddetto manuale Cencelli, che stabilì che i posti nelle segreterie di partito e poi nelle aziende di Stato dovessero essere assegnati in base al peso percentuale dei partiti e delle loro correnti. Entrato in Rai nel ‘98, mi accorsi che questo approccio veniva dato per scontato e ineluttabile, così proposi subito di scegliere tra i vari appartenenti alle varie aree almeno i più preparati. Ma non era facile, perché c’era sempre qualche incompetente raccomandatissimo. E girava da sempre una battuta famosa: “Dobbiamo sempre prendere un democristiano, un socialista e un comunista. E poi uno bravo”. Ciononostante, nel complesso c’era e c’è lo stesso molta gente assai preparata.

Recentemente l’ex direttore Pierluigi Celli ha detto in un’intervista a Repubblica che l’attuale Ad dovrebbe dimettersi perché ha incontrato Salvini, mentre lui al massimo incontrava l’azionista che era il ministro del Tesoro. Oltre che direttore del personale con il Cda cosiddetto dei professori, Celli fu Dg per tre anni con il consiglio di cui lei faceva parte.

Preferisco non commentare, se non dicendo che aprendo il giornale a momenti casco dalla sedia. Ci ha pensato Dagospia a raccontare come andavano realmente le cose. Ricordo benissimo che una sera, alla fine di un lunghissimo Cda proprio per le nomine oggetto di chiare pressioni politiche, chiesi di mettere a verbale la seguente dichiarazione: “Ringrazio il Cda per il grande esercizio Zen che vengo invitato a fare. Nel senso che molte decisioni non vengono prese per i veri motivi aziendali per cui bisognerebbe prenderle: c’è sempre qualche motivo esterno che orienta le scelte”.

Gli analisti del settore ricordano però il vostro Cda come uno dei migliori degli ultimi 25 anni, in realtà.

Credo sia perché, una volta dribblati i momenti critici delle nomine, i dipendenti capivano che al di là della politica ciascuno di noi sapeva mettere al servizio dell’azienda le proprie competenze specifiche. Per stare a me, mi feci dare la delega ai nuovi media, e contribuii a progettare tutti gli asset che la Rai ha oggi in questo campo.

E veniamo al nuovo piano industriale.

Non voglio tediare con diagrammi, numeri e statistiche. Attingo al comunicato dell’azienda in cui si spiega che “si vanno a costituire le direzioni “orizzontali”: intrattenimento prime-time, intrattenimento day-time, intrattenimento culturale, fiction, cinema e serie tv, documentari, ragazzi, nuovi formati e digital, approfondimenti. Le direzioni di contenuto definiranno l’offerta nell’ambito del proprio genere, ottimizzando l’impiego di risorse in base all’evoluzione della domanda degli utenti e al fabbisogno delle diverse piattaforme, in ottemperanza alle previsioni del contratto di servizio e alla tutela dell’identità culturale del Paese. Le reti saranno organizzate sotto la Direzione distribuzione, che avrà il compito di indirizzare, coordinare e armonizzare la programmazione complessiva”.

Sembra una rivoluzione copernicana: che scopo avrebbe secondo lei?

È chiaro che accorpando e centralizzando parecchie funzioni si possono portare a casa dei risparmi non indifferenti, eliminando doppioni e sprechi. È davvero una rivoluzione copernicana perché le decisioni di cosa mettere in onda, con che contenuto, che qualità e che modalità, non è più in capo alle direzioni delle reti, che al massimo governeranno i singoli palinsesti, ma alle strutture sopra nominate, sotto il coordinamento della Direzione Distribuzione. È anche una rivoluzione molto ambiziosa, perché va a scardinare una quantità di micro-centri di potere che nel tempo si sono sedimentati e incistati nel corpaccione della grande azienda. Non ce ne occupiamo qui, ma analogo percorso viene seguito per le direzione gestionali e amministrative, sempre nell’ottica di accorciare la catena di comando ed evitare duplicazioni dispersive.

Perché non è stato portato avanti il famoso progetto di accorpare tutta l’informazione? Sarebbe stato coerente con la nuova impostazione…

Personalmente a me non dispiaceva, anche perché ho visto di persona come funziona alla BBC un solo telegiornale. Presumo però sarebbe stato un boccone troppo indigesto per la politica, che comunque rimane presente anche tramite la Commissione di Vigilanza. Così si lasciano indipendenti quelli che vengono chiamati “i brand di punta dell’informazione Rai, potenziando il Polo all news con la creazione di una testata multipiattaforma che integri Rainews, rainews.it, TGR e Televideo”. Mi viene da sorridere, perché quando lo proposi io nel 2004 mi dettero del matto. Evidentemente era un’idea di buon senso.

Accentrando, accorpando e togliendo alle reti la loro autonomia, non si rischia di ripetere errori del passato, quando le reti erano obbligate a scegliere i film, ad esempio, già comprati da Rai Cinema spesso non tenendo conto della coerenza con i target delle singole reti?

Mi auguro che questo rischio venga tenuto ben presente, e che al di là delle buone intenzioni e delle dichiarazioni, tutto ciò che si produce e si compra sia in piena coerenza con i profili delle reti e dei target delle singole fasce orarie in cui verranno inseriti i programmi. Il che richiede un preciso fine-tuning all’interno del riassetto organizzativo.

Non le pare che, al di là degli aspetti tecnico-professionali, ci sia il rischio che questa forma di accentramento dei poteri aziendali abbia pericolosi risvolti di carattere politico? Anche perché tutto diventa più facilmente controllabile…

Beh, questo pericolo esiste sempre e sempre esisterà. Per quanto indicato da una forza politica, l’attuale Ad ha una carriera tutta tecnica sviluppata nel mondo della tv, è giovane, la sua vita professionale non finirà certo in Rai, e quindi avrà tutta la convenienza a non commettere errori politicamente marchiani. Purtroppo alla pressione politica un’azienda come la Rai non può sfuggire. Potrei citare quanti oggi strillano per la mancanza di pluralismo che ai tempi miei davano precise indicazioni non solo dei direttori da scegliere, ma anche su artisti e presentatrici… Poiché io ero davvero un birichino (lo sono ancora) una volta feci un’altra dichiarazione, sempre in occasione di una tornata di nomine: “Vedete, a volte non c’è nemmeno bisogno di ricevere una raccomandazione politica. Ce l’avete già incorporata, perché ritenete che quelli della vostra parte siano di per sé antropologicamente superiori”. E io ero pure il meno schierato, cooptato nel Cda della Rai come mero esperto di comunicazione, credo in un momento di grande distrazione della politica. Tengo appeso in ufficio il telegramma che Fedele Confalonieri mi mandò dopo aver letto, il giorno dopo le nomine apparse sui giornali con vere o presunte appartenenze (io ero stato indicato in quota Forza Italia, mai frequentata in vita mia). Recita: “Caro Alberto, leggo dai giornali che saresti Forza Italia. Non lo sapevo. E forse neanche tu. Comunque, Buon lavoro. Fedele.”

Dal nuovo piano industriale, salvo l’accorpamento su apposito sito dei servizi di Pubblica Utilità, si traggono solo indicazioni generiche sulla necessità di progettare produzione ad hoc per il web. Non si comprende come e con quale visione.

Forse perché questo è un punto critico mai risolto, e da nessun editore televisivo. Sapesse quanti documenti ho mandato invano ai vari Cda nei 5 anni in cui sono stato Ad di Rainet, dopo aver visitato diverse tv d’Europa per capire come si doveva risolvere un problema di cultura professionale. Innanzitutto, ancora oggi – è un errore che fanno anche gli editori della carta stampata – si tende a pensare che sul web si debbano promuovere le reti generaliste o digitali. Ma c’è un altro problema ancora più profondo: chi lavora in tv, tutto preso dal difficile compito di portare a casa ascolti generalisti, sembra non accorgersi che device come pc, e più ancora i-Pad e i-Phone e simili hanno un’ergonomia propria, e i loro contenuti devono essere realizzati con grammatiche e sintassi diverse da quelle utilizzate per i programmi tv. Il che non toglie nulla al valore di un portale come Raiplay, che serve a chi si fa il proprio palinsesto in modalità differita (e sono sempre di più).

Occorre fare qualcosa di più…

Se si vuole raggiungere il più giovane pubblico dei social, magari anche adattando materiali fatti per la tv, ci vuole una struttura apposita con professionisti formati in maniera differente. In Rainet eravamo già molto avanti – ero stato a France Television e in BBC per capire come si doveva fare… – perché stavamo costruendo delle figure con una cultura professionale ibrida, come avevo visto fare lassù. Quando fui costretto a lasciare, per pura incompetenza (Presidente Rai era Petruccioli), invidie e aspirazioni di altri, – io non avevo sponsor -, c’erano circa 500 siti gestiti centralmente e 7 canali di web tv con 30 milioni di video già caricati… Più tardi Rainet, un particolarissimo centro di eccellenza che forniva pure vantaggi fiscali, fu chiuso, e queste assai interessanti figure sono state sparse nel corpaccione aziendale, demotivandone molte. Fu il Cda presieduto da Maria Pia Tarantola a compiere l’assassinio. A opera di una signora esperta di tutt’altro e che tutte le volte che ci ho parlato mi ha dato chiaramente l’impressione di non avere mai capito dove fosse capitata. BBC e France Television avevano – e parlo del 2005! – già superato un altro problema: i giornalisti, ad esempio, si montavano da soli i loro pezzi, sia per la radio che per la tv, e inoltre preparavano pure contenuti più brevi da vendere alle società telefoniche di allora.

Impossibile farlo anche da noi?

Ricordo che quando tornai da Parigi suggerendo di acquistare un sistema informatico simile a quello che avevo visto in funzione là, che consentiva al giornalista o al programmista di vedere qualsiasi contenuto delle tre reti, catturarne le porzioni che voleva, rimontarle, e spararle immediatamente sui siti aziendali… mi fu detto che i sindacati dei montatori non lo avrebbero mai permesso. E infatti mi risulta che ancora oggi i giornalisti di Rainews facciano la fila davanti alle salette di montaggio… quando qualunque ragazzino è in grado di montarsi i suoi video con i-Movie. Tutto questo per dire che se si vuole sul serio passare dalla parole ai fatti non c’è altra strada se non tornare a ricostruire un centro di competenza con professionisti del tipo descritto, che poi piano piano contaminino culturalmente il resto dell’azienda. Ma ci vuole una visione olistica davvero multimediale, e per quanto in ritardo, occorre procedere per gradi, magari andando a ripescare i soggetti che avevano già dimostrato questo tipo di attitudine. Per quello che so, sono tornati a occuparsi della vecchia tv…

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