Ciro Di Maio: “Droga dello stupro era per me”/ “Non spaccio, sono dipendente”

- Alessandro Nidi

Scarcerato il conduttore tv Ciro Di Maio, arrestato martedì a Milano perché aveva ordinato un litro di droga dello stupro dall'Olanda

ciro di maio instagram 640x300 Ciro Di Maio, foto Instagram

Ciro Di Maio, conduttore televisivo e volto del canale “Marcopolo”, ha dichiarato di fronte al gip Sara Cipolla che il litro di droga dello stupro (o Gbl) che si è fatto inviare dall’Olanda era destinata al suo consumo personale. Lo riporta “Il Corriere della Sera”, con particolare riferimento all’edizione milanese della testata: “Non sono uno spacciatore, la sostanza non era destinata a feste o altro, era per me. Ne sono dipendente da molti anni ormai e sto cercando di seguire un programma terapeutico che prevede di ‘scalare’ riducendo mano a mano il consumo”.

L’uomo, arrestato martedì a Milano, ha provato mediante il suo avvocato, Nadia Savoca che quella sostanza fosse veramente per lui, “depositando documentazione medica, dato che sta seguendo un trattamento terapeutico: il medico gli ha prescritto l’assunzione della sostanza in dosi minori, perché non si può interrompere di botto l’assunzione. La terapia prescrive l’assunzione di 2 millilitri ogni 2 ore e comunque fino a un massimo di 5 dosi giornaliere”. Tuttavia, il conduttore ne stava assumendo di più, “perché non sempre riesce a seguire il programma. Non c’è alcun elemento agli atti che provi lo spaccio, non sono stati trovati soldi o altro”.

CIRO DI MAIO SCARCERATO: DISPOSTI GLI ARRESTI DOMICILIARI PER IL VOLTO DI MARCOPOLO

Così, a seguito dell’interrogatorio e dell’intervento del suo legale difensore, Ciro Di Maio è stato scarcerato. Di fatto, come scrivono i colleghi de “Il Corriere della Sera”, è stato convalidato l’arresto in flagranza del presentatore, con annessa disposizione degli arresti domiciliari come misura cautelare.

La Procura aveva ufficialmente richiesto che il 46enne non abbandonasse la struttura penitenziaria presso la quale si trovava, ma l’avvocato Savoca aveva domandato di adottare una misura meno afflittiva nei confronti del suo assistito, traducibile negli arresti domiciliari o nell’obbligo di firma. Alla fine, ha prevalso la prima di queste due ultime opzioni.







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