Comunità di Bose, che cos’è?/ I tanti dubbi sulla “creatura” di Enzo Bianchi

- Mauro Mantegazza

Comunità di Bose, che cos’è? I tanti dubbi sulla “creatura” di Enzo Bianchi: Dagospia sottolinea le numerose differenze rispetto alla dottrina cattolica.

Enzo Bianchi Bose
Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose

La comunità di Bose è al centro dell’attenzione dopo il clamoroso allontanamento del suo fondatore ed ex priore Enzo Bianchi, disposto dal Vaticano. Nata nel 1965, simbolicamente come “data di nascita” la comunità di Bose vanta l’8 dicembre del 1965, giorno in cui Papa Paolo VI chiuse il Concilio Vaticano II indossando per la prima volta paramenti vescovili e non pontificali sul sagrato della Basilica di San Pietro, con l’altare rivolto verso i fedeli.

In effetti, proprio la comunità di Bose è il simbolo della Chiesa “catto-progressista” nata dal Concilio secondo la sua interpretazione più radicale, e di essa fa un ritratto spietato Dagospia. Enzo Bianchi sarebbe riuscito a guidarla per decenni senza far capire a nessuno cosa avesse in mente al di là della formula “forma di vita monastica“, completamente diversa però dal monachesimo per piacere “ai fighetti di sinistra del Belpaese”.

Niente separazione e piena uguaglianza tra uomini e donne, niente divisione tra confessioni cristiane, niente divisione tra laici e preti perché nella comunità sono anch’essi uguali. Bianchi non è prete, si è fatto monaco e priore da sé, si è inventato una “regola di vita” mai approvata da alcuna autorità ecclesiastica: tutto questo considerato, ecco che Dagospia si chiede se “proprio di comunità di vita monastica si trattava?”.

COMUNITÀ DI BOSE: TANTI ASPETTI “POCO CATTOLICI”

In effetti i punti critici sono molti: la comunità di Bose ad esempio accetta luterani e calvinisti. Peccato che questi due gruppi protestanti siano in radicale contrasto con la teologia cattolica su monaci, monache e monasteri – “ci vomitano volentieri addosso”, enfatizza Dagospia. A Bose potevano dunque permettersi di seguire leggi e liturgie impossibili per il resto del mondo cattolico, “mischiate elegantemente con tutto quello che il pensiero dominante imponeva lungo i decenni”.

Ad esempio, andare a Messa solo alla domenica e nelle feste comandate, come i fedeli normali e non come i consacrati, che ci vanno ogni giorno. In ossequio ai protestanti, nel loro calendario ecumenico c’è pochissimo spazio per le festività più squisitamente cattoliche, come quelle dedicate alla Madonna, oppure il Sacro Cuore o il Corpus Domini, lasciando invece spazio a molte feste protestanti e ortodosse.

Si celebrano Gandhi, l’esploratore David Livingstone e Martin Lutero, si rivolgono preghiere per Buddha, Visnù, Shiva e Maometto. Insomma, di cattolico ci sarebbe ben poco e infatti nei confronti di Enzo Bianchi e della comunità di Bose vi sarebbero molte denunce sui tavoli della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ecco dunque che il ritratto perfetto sembra essere quello fatto fin da subito dall’allora vescovo di Vercelli Albino Mensa, che aveva definito la comunità di Bose “casa di tolleranza religiosa”.

COMUNITÀ DI BOSE: I DUBBI DI ENZO BIANCHI

Resta dunque difficile, dopo 55 anni di esistenza, definire che cosa sia esattamente in seno alla Chiesa Cattolica la comunità di Bose, che dal canto suo ad essere “cattolica” sembra che non ci tenga particolarmente. Tutto questo quanto può avere inciso nelle note vicende di questi ultimi giorni (che in realtà hanno radici da qualche anno almeno)? La spaccatura fra il “vecchio” e il “nuovo” corso si deve a questo?

Domande legittime su una comunità che più di fratelli e sorelle sembra essere fatta di “serpenti e coltelli“, secondo la vivace espressione di Dagospia. Nel 2014 Enzo Bianchi (allora priore) aveva già chiesto una visita da parte di persone esterne alla comunità e ancora prima, cioè nel 2011, aveva dichiarato al settimanale Jesus che qualcosa all’interno della comunità di Bose non funzionava: “Negli ultimi anni ho avuto l’esperienza della falsità, qui al nostro interno, non verso di me in particolare, ma verso tutta la comunità. Non pensavo di poter vivere, passati i sessant’anni, una tale destabilizzazione interiore da restare in alcuni momenti profondamente confuso”.

Nove anni fa, i segnali di una possibile spaccatura c’erano dunque già tutti: “Non avevo mai provato questa esperienza: la cattiveria sì, la si può capire, ma la falsità non è nel mio orizzonte. È stata la prova più dura che ho sofferto nella mia vita nella Chiesa e nella vita monastica”.

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