COVID IN GERMANIA/ L’incubo nazionalsocialista che dà forza ai novax tedeschi

- Alessandro Fontana

Una paura e una certezza possono aver alimentato l’aumento dei contagi in Germania, dove l’economia non sembra possa subire danni particolari dal virus

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STOCCARDA – La quarta onda è arrivata: i casi di contagio da Covid sono in aumento, sia in Italia che nel mondo germanofono. Astenendomi dal fornire cifre, appare evidente come la forza d’urto dell’onda sia molto maggiore a nord delle Alpi, circostanza forse attribuibile a un enforcement meno rigoroso della politica del green pass, che in Italia è ormai indispensabile per svolgere la maggior parte delle attività lavorative e ricreative.

In Austria l’obbligo vaccinale è attivo a partire dall’8 novembre. Il Governo tedesco ha invece mostrato più cautela nell’introdurre la misura corrispondente, che prende il nome di 3G, dal participio passato di tre verbi: genesen (guarito), geimpft (vaccinato), getestet (testato). Come risultato, esiste un nucleo duro abbastanza consistente di cittadini che resiste alla moral suasion governativa e non ne vuol sapere di vaccinarsi.

L’estate è trascorsa (perlomeno dalle mie parti, nel Baden-Wuerttemberg) come se non ci fosse un domani: ristoranti pieni, molta gente per strada, distanziamento sociale annullato. Piscine e palestre avevano riaperto i battenti, seppure con limitazioni dovute allo scaglionamento delle entrate e alla necessità di prenotare online il biglietto di ingresso. Le cose sembravano ormai avviate verso un ritorno alla normalità, fino alla ripresa dei contagi di novembre.

Come osservato dallo storico svizzero Daniele Ganser, gli essere umani sono spesso condizionati dalle loro paure. Nel caso del Covid, esistono secondo Ganser tre paure fondamentali: paura di prendere il Covid, paura di perdere il lavoro, paura della dittatura (si potrebbe eventualmente aggiungere una quarta paura: quella di eventuali effetti collaterali del vaccino).

A secondo delle scelte professionali e delle esperienze individuali, alcune paure possono avere la meglio sulle altre. Un dipendente pubblico sessantenne che ha conosciuto persone morte per (o con il) Covid sarà più incline a essere dominato dalla prima paura. Un proprietario di ristorante quarantenne che non è mai venuto a contatto con la malattia (direttamente o indirettamente) sarà invece più facilmente preda della seconda paura. Tale analisi è applicabile sia agli individui che alle nazioni.

Nel caso della Germania, credo che i fattori dominanti siano la paura della dittatura e la paura del vaccino. Mentre quest’ultima si manifesta in modo simile a quanto accade in altri Paesi, la paura della dittatura, in base alla mia percezione, assume in Germania una connotazione particolare. Un effetto forse causato dallo spettro del regime nazionalsocialista, il grande trauma nazionale sempre vivo nella memoria collettiva. I cittadini non sopporterebbero il dubbio di vivere in un Paese men che democratico, i governi di qualsiasi bandiera rifuggono da misure coercitive (come somministrare farmaci a individui non consenzienti) che potrebbero evocare il ricordo di idee in voga negli anni ’30 del secolo scorso.

Il popolo dei novax tedeschi non è composto, come qualcuno vorrebbe far credere, da sassoni retrogradi, seguaci del terrapiattismo ed elettori di partiti estremisti. Conosco personalmente molti ingegneri e professionisti di altre categorie che difendono la scelta novax sulla scorta di un raffinato toolset intellettuale, infarcito di biologia molecolare e statistica Bayesiana. Credo però che, sotto questo intellettualismo di facciata, la forza motrice sia la paura di vivere in un regime, e di essere accusati di non avere avuto il coraggio di ribellarsi.

Un secondo fattore che potrebbe aver contribuito al disastro attuale è rappresentato da un’eccessiva fiducia nell’organizzazione del sistema sanitario tedesco, uno dei migliori del mondo, con un elevatissimo numero di posti in terapia intensiva pro capite. Questo potrebbe avere indotto una parte della popolazione ad abbassare la guardia sul fronte vaccinale, pensando che la solidità del sistema costituisse un argine sufficiente. Così non è, come si è visto: il Covid è in grado di provocare ondate repentine e pericolose, che possono mettere in difficoltà anche i primi della classe.

Le conseguenze economiche della nuova ondata si faranno sentire come al solito soprattutto sulle aziende medio-piccole: commercio al dettaglio, ristorazione, servizi alla persona, sport. Le grandi aziende tedesche hanno in generale un buon livello di resilienza: moltissime attività possono essere portate avanti in home office. In generale, la cultura e l’enfasi posta sull’organizzazione e sui processi consente all’economia tedesca di mantenere un livello di performance non troppo distante dai livelli pre-pandemici.

La recrudescenza della pandemia Covid non dovrebbe quindi avere effetti particolarmente deleteri sulla congiuntura. L’indice IFO (Institut für Wirtschaftsforschung) era peraltro già in fase calante (97,7 punti a ottobre, dai 98,9 di settembre). Come sottolineato dal presidente dell’IFO Clemens Fuest, i motivi del calo sono riconducibili non già a una discesa degli ordini (che sono ai massimi livelli), bensì a difficoltà di approvvigionamento da parte delle aziende (pensiamo al bottleneck causato dai chipmaker)  che porta a un sottoutilizzo della capacità produttiva.

Una sabbia di origine esogena negli ingranaggi dell’industria frena quindi la ripresa dell’economia tedesca, che aveva preso slancio nella prima meta del 2021. Secondo le aziende interpellate, i problemi suddetti dovrebbero risolversi nel giro di 3-6 mesi. La ripresa sembra quindi solo rimandata di un trimestre, nell’ipotesi che il virus torni sotto controllo in tempi rapidi, come del resto è ragionevole supporre.

Un discorso a parte meriterebbe il tema dell’inflazione, che in Germania viaggia ormai su standard piuttosto elevati (6%). Il surriscaldamento dei prezzi sarebbe da ricondurre al rimbalzo avvenuto nella prima parte del 2021, dopo la depressione indotta dalla pandemia nel 2020, accentuato dai problemi di approvvigionamento di cui sopra. Si tratterebbe quindi di un fenomeno transitorio, destinato a risolversi spontaneamente, come del resto implicitamente confermato dall’atteggiamento indifferente della Banca centrale europea.

Nel frattempo, a partire dallo scorso weekend, il colpo d’occhio del centro cittadino è cambiato: poca gente per strada, vita sociale limitata ai supermercati: un lockdown de facto se non (ancora) de iure. I mercatini di Natale, in fase di allestimento, sono stati smantellati per ordinanza del Land. The new normal…

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